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Diritto di critica | April 23, 2017

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In fuga dalla società moderna. Viaggio nelle comuni degli anni Duemila

In fuga dalla società moderna. Viaggio nelle comuni degli anni Duemila

Quarant’anni fa nelle comuni degli Hippie si viveva insieme professando il libero amore, la proprietà collettiva e il rifiuto di un mondo dominato dalla tecnologia e dalla prevalenza dell’interesse economico sul singolo individuo.

Oggi, dopo quasi mezzo secolo, a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi, il villaggio autogestito di Urupia continua a vivere secondo i principi di libertà e fratellanza, producendo cibo e manufatti, e coinvolgendo ogni membro della colonia (senza considerare i turisti, accolti in appositi campeggi, gli abitanti sono una ventina) nella gestione della comunità.

Mai come in questi anni indecisi e stressanti la presenza di spazi liberi autogestiti i cui membri dialogano e cercano di “pensare localmente, per agire globalmente” è vista con curiosità ed interesse, tanto da rendere queste zone franche meta di turisti e cittadini confusi che cercano di ritrovare se stessi.

Urupia, fondata nel 1995 da un collettivo anarchico di Lecce e da alcuni giovani di Berlino, è solo un esempio dei circa 30 “ecovillaggi” presenti in Italia, dove natura e uomo si intrecciano e ogni bene è rigorosamente condiviso. Parole d’ordine: ecologia, lotta al consumismo e arricchimento spirituale.

In linea di principio queste realtà, sparse in tutto il mondo, si ispirano alle colonie libertarie dell’ ‘800, che rifiutavano in generale le leggi e le imposizioni dello Stato: tassazione, voto politico, servizio militare e l’istituzione del matrimonio.

Il primato oggi spetta agli Stati Uniti che, senza considerare i gruppi religiosi riuniti in colonie come gli Amish, conta di quasi 2000 ecovillaggi; al secondo posto Gran Bretagna e Irlanda, con 250 comuni.

In Germania troviamo la Zegg, comune immersa nella natura, a 80 chilometri da Berlino. Il progetto Zegg conta un centinaio di persone che si autofinanziano e svolgono la cosiddetta permacoltura, ovvero la coltivazione di prodotti alimentari e l’uso di materiali da costruzione secondo i principi di sostenibilità ambientale.

Nata in piena epoca hippie (era il 1971), la città libera più famosa in Europa è però la danese Christiania, sorta in un ex quartiere militare di Copenaghen e perfettamente organizzata come uno “Stato nello Stato”. Originale e alternativa anche nell’architettura delle sue colorate stradine, Christiania possiede una sua radio, una scuola materna, negozi e luoghi pubblici in cui si dialoga di musica, pedagogia, ecologia e benessere. In accordo con il governo danese, i residenti non pagano tasse e concedono ai turisti stranieri di vedere questo angolo di Danimarca, che è diverso da tutto il resto del Paese nordico.

In realtà negli ultimi anni l’esistenza della comunità è a rischio: nel 2006 la città ha perso il suo statuto speciale di comunità alternativa, e il commercio indiscriminato di hashish (anche se il regolamento della città vieta l’uso di droghe pesanti) ha provocato duri scontri con la polizia.

Ecologia, rifiuto delle leggi, libertà o rivendicazione dei propri diritti: le motivazioni che spingono gruppi affiatati ideologicamente a riunirsi sono molteplici.

L’etnia dei Mapuche, per esempio, originaria della Patagonia, rivendica da anni le terre dei propri antenati, oggi in mano alla polizia provinciale argentina e a multinazionali come la Benetton. Per farsi sentire, i Mapuche stanno creando colonie autogestite su quello stesso territorio dal quale sono stati cacciati nel corso degli anni. E non intendono andarsene.