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Diritto di critica | September 18, 2020

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Così l'Egitto ricorda il giovane simbolo della rivoluzione - Diritto di critica

Così l’Egitto ricorda il giovane simbolo della rivoluzione

«Non preoccuparti Khaled, abbiamo vendicato la tua morte». Khaled Said: un nome diventato un simbolo e un volto che ha ispirato quella che è stata una delle prime rivolte dell’inverno di fuoco del mondo arabo, in Egitto. E il 6 giugno, esattamente ad un anno dalla sua morte, erano a centinaia nelle strade egiziane per rendere onore alla sua memoria, ad Alessandria, ma anche al Cairo, fuori dal ministero dell’interno: chi avvolto dalla bandiera egiziana, chi reggendo il Corano e chi una croce cristiana, ma tutti con la foto di Khaled Said tra le mani, hanno reso il loro tributo al ragazzo di 28 anni che involontariamente è divenuto per i giovani egiziani – e non solo – il simbolo della rivolte e hanno chiesto giustizia per le vittime della brutalità della polizia di Hosni Mubarak, l’ex “faraone” dello stato arabo.

«Ho udito la voce di un martire che mi chiamava, chiedendo “dove sono i diritti miei e della mia nazione?”», questo uno degli slogan intonati ad Alessandria, fuori dalla casa del giovane, dai manifestanti che hanno espresso anche il loro dissenso per la lentezza del processo a carico dei due poliziotti per mano dei quali è morto Khaled.

Khaled era stato ucciso ad Alessandria il 6 giugno scorso mentre si trovava in un internet cafè: i testimoni hanno raccontato che due agenti della polizia lo hanno trascinato fuori dal locale e picchiato a morte. A causare questo trattamento sarebbe stato un video postato dal giovane su Internet, che mostrava dei poliziotti spartirsi della droga sequestrata. La versione ufficiale delle autorità sulla morte del giovane ha parlato di morte per soffocamento dopo aver ingoiato della droga detenuta illegalmente. I due poliziotti ora sono sotto processo e la sentenza dovrebbe arrivare proprio questo mese. «Siamo molto addolorati oggi perché Khaled non è più con noi – ha raccontato alla Reuters Zohra Said, la sorella del giovane, – eppure misto al nostro dolore c’è anche l’orgoglio, perché è stato Khaled a scatenare la rivoluzione. Ma stiamo ancora aspettando giustizia».

Giustizia: una parola che ritorna nella voce di chi si è radunato per ricordare il giovane “martire”, come è chiamato Khaled. Una giustizia chiesta anche per le 846 persone uccise e le più di 6.000 rimaste ferite nella repressione governative delle rivolte: gli ufficiali che hanno aperto il fuoco sulla folla non sarebbero infatti stati ancora giudicati. «Vogliamo ricordare alle autorità che non sopporteremo la tortura e la violenza. – ha spiegato all’agenzia di stampa uno dei manifestanti al Cairo – Non si tratta solo di rispettare la memoria di Khaled: vogliamo ricordare che non accetteremo che il sistema torni quello che era in precedenza».