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Diritto di critica | June 23, 2017

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Fenice-Edf. L’inceneritore lucano che minaccia le acque dell’Ofanto

Fenice-Edf. L’inceneritore lucano che minaccia le acque dell’Ofanto

Proprio a ridosso del confine tra Puglia e Basilicata, all’estremo settentrione del territorio lucano, sorge la grande area industriale di San Nicola di Melfi. Il polo ospita le strutture della Barilla, ma soprattutto uno dei più importanti stabilimenti Fiat del Sud Italia (Fiat Sata). Dal 2000, infine, è entrato in funzione il termovalorizzatore EDF – Fenice, con il compito di bruciare e convertire in energia i rifiuti urbani e la stragrande maggioranza dei rifiuti industriali automobilistici d’Italia.

Oltre 85.000 m2 di superficie ne fanno uno dei più grandi impianti di smaltimento d’Europa, gestito dal 2001 (tramite Fenice Spa prima, e Fenice Srl poi) da EDF – Electricitè de France, la società francese che insieme a Enel si sta già occupando del piano di Sviluppo Nucleare italiano, sono 65.000 le tonnellate di rifiuti che ogni anno Fenice è autorizzata a trattare, e più della metà (35.000 t) sono rifiuti industriali – in prevalenza del settore automobilistico. In particolare, secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Ispra e relativo al 2009, Fenice-Edf, da solo, ha bruciato oltre 20.000 tonnellate di rifiuti pericolosi. Per fare un rapido confronto, in 13 inceneritori lombardi ne sono stati trattati complessivamente meno di 15.000, e in tutta Italia 54.000.

NICHEL E MERCURIO NELLE FALDE – Aldilà della portata del termovalorizzatore, il rumore attorno a Fenice comincia un paio di anni fa, a causa di un malfunzionamento che provoca la contaminazione dell’ambiente circostante. Nel marzo del 2009, in seguito all’ “autodenuncia” da parte dei gestori di Fenice, si scopre che l’impianto stava rilasciando nelle falde acquifere sottostanti una grande quantità di mercurio, nichel e altri “composti contaminanti” . E che il caso di inquinamento andava avanti da almeno un anno, per stessa successiva ammissione del dirigente dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente Antonio Bove: “Dal marzo 2008 eravamo a conoscenza dei livelli preoccupanti di mercurio nella falda, ma non spettava al nostro ente lanciare l’allarme”. Ma non è tutto: non è possibile verificare con certezza l’eventuale rilascio di sostanze negli anni precedenti, in quanto non risultano esserci dati certificati riguardo il periodo 2002, 2003, 2004, 2005 e 2007. La paura è che la contaminazione arrivi all’Ofanto, che scorre pochi chilometri più a nord e la cui importanza è fondamentale per il fabbisogno idrico di Puglia, Basilicata e Campania e dell’economia agricola dell’area.

Dal momento della denuncia, il sindaco di Melfi vieta l’utilizzo delle acque a valle dell’inceneritore e la procura di Melfi fa partire un’inchiesta che è tutt’ora in corso. Ma la procedura prevista dalla determinazione dirigenziale che autorizzò i lavori di Fenice nel 2000 prevede l’interruzione in caso del superamento dei parametri previsti dalla legge. Ed è necessario il “ripristino della condizione di normalità” affinché sia possibile riprendere a bruciare i rifiuti.

SEMPRE IN FUNZIONE – Ma i lavori dell’inceneritore non verranno mai realmente bloccati, nonostante la denuncia e l’accertamento dell’inquinamento oltre i limiti. Al contrario, Fenice sarà multata per 34.000 euro (a fronte di ricavi che nel 2008 ammontavano a più di 18 milioni di euro) e la Provincia rinnoverà in ottobre 2010 proprio quell’autorizzazione che prevede il blocco dei lavori in caso inquinamento accertato.

In compenso, hanno inizio le operazioni di ripristino di quella “normalità” necessaria per poter operare. Operazioni che non sembrano essere concluse, stando ai dati pubblicati lo scorso marzo dall’Arpa Basilicata. Tre dei nove pozzi utilizzati per il monitoraggio ambientale sono stati prosciugati, ma gli altri sei ancora presentano valori di nichel e manganese superiori ai parametri stabiliti. E come se non bastasse, è tutt’ora in corso la valutazione di una richiesta di ampliamento della capacità di uno dei due forni fino a 9.000 t in più.

TUMORI – Per un cittadino di Lavello, Melfi e degli altri comuni della zona, trovare il bandolo di questa intricata matassa burocratica non è semplice, eppure dovrebbe esserlo. Ecco perché nelle ultime settimane alcune associazioni ambientaliste si stanno muovendo con decisione nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedere maggior trasparenza agli enti, ai controllori e ai controllati. A fine maggio, nella piazzetta di Lavello, di fronte alla chiesa, tra la gente che affolla una tipica domenica di comunioni di un paesino del Sud Italia, c’era il gazebo tirato su dai membri del Comitato “Diritto alla Salute”. Raccoglievano le firme da mandare al Ministero dell’ambiente e alla Corte Europea per chiedere  che si faccia un po’ chiarezza di tutta questa faccenda. Ma non si tratta soltanto di inquinamento dell’acqua.

Tassi d'incidenza di tumori maligni della Basilicata, in relazione alla media nazionale

Nicola Abbiuso, un informatico tra i promotori del comitato, ormai da lungo tempo cerca di spiegare ai suoi concittadini che La Fenice è una questione che tocca direttamente ognuno di loro. Oltre ad inquinare le falde acquifere, il termovalorizzatore contribuisce al rilascio di fumi di tutta l’area industriale di San Nicola di Melfi. “Le nano particelle rilasciate dagli impianti non sono soltanto cancerogene – spiega Nicola Abbiuso – Possono essere responsabili di altre fastidiose patologie, come allergie e più o meno gravi danni al sistema cardiocircolatorio”. Una questione particolarmente spinosa per una regione che ha visto aumentare vertiginosamente il numero di malati di cancro negli ultimi anni, al contrario della media nazionale, in discesa.

TRASPARENZA NECESSARIA – E’ bene chiarire che non è possibile stabilire una relazione diretta tra i lavori della Fenice e l’aumento dei malati, ma è anche vero che il comportamento delle istituzioni ha contribuito alla preoccupazione dei cittadini della zona: i dati del registro tumori della Basilicata, curati proprio dal centro oncologico di Rionero in Vulture, si fermano al 2006 e, soprattutto, sono aggregati per zone che non permettono una reale verifica. Ecco perché quando Abbiuso parla della Fenice non fa altro che elencare una serie di “perché?” finora rimasti irrisolti. Quello che il comitato lavellese chiede, insomma, non è la semplice chiusura dello stabilimento, ma che le istituzioni si occupino di loro. Che gli si dimostri – dati alla mano – che l’inceneritore non è un pericolo e che possono tornare a bere e respirare l’acqua e l’aria del Vulture senza aver paura.