Monday, May. 21, 2012

Primavere arabe, la rivoluzione “reale” diffusa grazie ai social network

Dal Nord Africa, la più grande lezione di democrazia: “Per la prima volta, siamo stati in grado di scrivere la nostra storia”

Scritto da il 14 giugno 2011 in Mondo

libia benghazi2 large1 e1308002569985  Primavere arabe, la rivoluzione “reale” diffusa grazie ai social network La primavera araba è  una rivoluzione “non solo virtuale, ma di persone reali, che grazie alla rete hanno riscoperto la loro unità contro la dittatura”. Tunisia, Egitto, Libia: i cosiddetti “social media” si sostituiscono ai media tradizionali, perché solo loro sono in grado di “raccontare le storie di chi, veramente, ha combattuto per i diritti umani”. Così, dal mondo arabo arriva la più grande lezione di democrazia: una partecipazione vera, dal basso, attraverso l’uso di strumenti che rendono i cittadini protagonisti. È uno dei temi affrontati durante il convegno “La speranza scende in piazza” organizzato dal Manifesto.

Nelle ultime rivoluzioni del Nord Africa, la piazza tradizionale non è stata cancellata da quella “virtuale”: i social network sono stati lo strumento per raccontare “lotte che nascevano altrove, nella strada, a partire da rivendicazioni precise”,  ha ricordato Amira Al Hussaini, redattrice per il Medio Oriente e Nord Africa di Global Voices on line, in lingua araba. Lei, originaria del Bahrein, è tra le prime donne arabe ad aver lavorato per un quotidiano in lingua inglese, passando dai media tradizionali ai social media, “il solo mezzo per noi e per il mondo arabo per avere un volto e una voce”. Così, il crimine, il massacro vengono raccontati attraverso il telefonino o il pc di quei giovani che scendono in strada, che non sono giornalisti e che spesso finiscono nei tribunali con l’accusa di essere criminali. Immagini, video, testimonianze che vengono poi riversate in rete, consentendo la nascita di un’opinione pubblica non controllata dai regimi e la riscoperta dell’unità di un intero popolo: “Per la prima volta siamo stati in grado di scrivere la nostra storia”, ha sottolineato Al Hussaini. “Dopo che Mohamed Bouazizi si è dato fuoco, i blogger e i social media erano in prima linea, dai primi giorni: eravamo tutti tunisini in quel momento. Per la prima volta, noi arabi sentivamo di essere un popolo unito, contro il dittatore di turno. Passavamo la giornata – continua – a raccontare le storie di chi combatteva per i diritti umani. Libertà, democrazia, cose che voi considerate normali, ma che per noi sono tra i motivi che ci portano in prigione. Non ci interessavano le grandi questioni politiche, ma documentare le atrocità di quelle persone”.

Così, i social network hanno dato voce a rivendicazioni, rimaste per anni silenziose: “La rivoluzione in Egitto va avanti dagli anni ‘90 – ha ricordato la blogger egiziana Nermeen Edrees -: ciò che è accaduto a gennaio è il risultato di una sollevazione che dura da tempo e i social network hanno avuto un ruolo di conoscenza e diffusione”. Ecco perché, per la blogger, quando i regimi, come quello di Mubarak, hanno oscurato la rete, la gente ha continuato a manifestare nelle piazze.

Anche in Libia, la rivoluzione ha trovato voce grazie a Facebook e twitter, come ha spiegato Farid Adly, giornalista libico, direttore di ANBAMED, Notizie dal Mediterraneo e corrispondente in Italia del settimanale panarabo Al Hourriah. “In Libia non c’erano giornali liberi, sindacati, associazioni; i giornali erano di proprietà dello stato, all’interno delle redazioni c’erano i militari che decidevano quali articoli erano pubblicabili. Inoltre intellettuali e scrittori non avevano accesso all’informazione, ma erano costretti a pubblicare all’estero”. E’ in questo contesto che nasce il movimento dei giovani, che si sono riversati nelle piazze, che stanno creando le prime testate, tv e radio locali, come la radio “Misurata libera”, o “Libia libera”, il quotidiano di un gruppo di studenti universitari. “Ci sono diversi esperimenti – sottolinea Adly – guidati da università di comunicazione: gruppi di volontari che stanno cercando di raccogliere esperienze di intellettuali e di chi ha vissuto le angherie della guerra in corso. Spero che proprio queste esperienze siano il futuro della Libia”.

Una rivoluzione che nasce da precise rivendicazioni: il riferimento è al carcere di Abu Salim, dove nel ’96 sono stati massacrati 1271 detenuti, “perché chiedevano condizioni di detenzione migliori. Per anni, le famiglie continuavano a portare vestiti, cibo, ma nessuno diceva loro che i loro cari erano stati uccisi”. Solo nel 2004 il regime ha ammesso il massacro, per bocca del figlio di Gheddafi, che propose di risolvere la questione con degli indennizzi: “Molti – continua Adly – non hanno accettato e hanno organizzato sit-in di protesta. A Bengasi, dal 2008, ogni sabato, a mezzogiorno, le donne (che, per rispetto, non sarebbero mai state manganellate dai poliziotti) hanno rivendicato giustizia e verità: sono queste le parole che hanno scatenato il sistema. Quando le esperienze dell’Egitto e della Tunisia sono risultati vincenti, i manifestanti da 50 sono diventati centinaia, mille”.