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Diritto di critica | July 6, 2020

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La Munnezza è la camorra e chi la fomenta - Diritto di critica

La Munnezza è la camorra e chi la fomenta

di Andrea Onori

Per parlare di camorra non siamo tenuti a bussare all’interno dei soliti palazzi di potere. Lì potremmo sentirci dire la solita menata: “la camorra è un gravissimo problema”, “la camorra ci sta divorando”, “Noi, abbiamo fatto…”.

Le storie di Napoli. Che sia un cancro al cuore di Napoli e dell’Italia intera, si è capito ormai da molto tempo. Che parti delle istituzioni, per minaccia o convenienza, siano entrate in questo vortice, è quasi scontato. Ciò che preferiamo raccontare, forse perché poco attrattivo per l’audience, sono le semplici storie delle singole persone che vivono Napoli quotidianamente. Loro conoscono la città meglio del politico di turno e che vogliono scrollarsi di dosso questo fardello.

Lo Stato assente. La gente di Napoli quella semplice, che suda e cerca di tirare avanti nonostante tutto, non riesce a strappare le catene perché troppo vulnerabile. Invisibilità, abbandono, sottrazione di diritti e assenza dello Stato. Quest’ultimo, negando i diritti fondamentali (casa, lavoro e libertà) costringe le persone a tacere e molte di queste bussano alla porta dell’illegalità. “La camorra oggi – dice Patrizia Esposito una cittadina napoletana – è un’organizzazione molto complessa, che conta decine di imprese che operano a livello nazionale e internazionale e, sfruttando la miseria, usano i cittadini poveri in intelligenza, poveri in cultura”.

Il business dei rifiuti. Che i rifiuti fruttano lo sanno anche i muri. Che lo smaltimento costa è un altro dato importante da non sottovalutare. Sversare illegalmente conviene rispetto al normale smaltimento. Da questi dati si cercano scorciatoie per arrivare a conquistare un “impero” attraverso la spazzatura, la merda. Questo tipo di smaltimento però è estremamente pericoloso. Principalmente per la nostra salute. “I rifiuti fruttano come un vero e proprio business, facendo girare migliaia di euro. Non credo di poter dare idee precise su metodologie varie, ma so per certo che si ciba dell’incuranza dell’Amministrazione, o del suo stesso aiuto, a volte, purtroppo. È come una malattia che tutto infesta, e dilaga sempre più; si allarga a macchia d’olio” dice la giornalista Lidia Ianuario, residente a Volla, confinante con Ponticelli, il quartiere dormitorio di Napoli.

Le proteste pilotate. Per la Ianuario, chi è veramente disperato per la situazione “non rovescia cassonetti per la strada, non li incendia. Quello che abbiamo visto nei telegiornali è non il risultato del malcontento dei cittadini bensì di gruppi, organizzati, pagati per creare scompiglio e tensione in una città così piena di problemi”. Su questo è d’accordo anche Patrizia Esposito, confermando che la gente è vittima e nello stesso tempo amante del proprio carnefice. La camorra ha plasmato la mente, usa queste persone per fare i loro giochi. “Quelli che hanno riversato la munnezza nelle strade, quelli che la spandono ovunque, quelli che non differenziano perché ritengono inutile differenziare, hanno la mentalità camorristica, perché sottomessi ad essa per un interesse personale”. Lo fanno per campare, ma “campano male e ostacolano il futuro dei loro figli che, immersi in questo ambiente, continuano a far esistere questo modo di vivere da ghetto criminale dove tutto è permesso e dove chi si sente forte, vive di soprusi di illegalità e di inciviltà”.

Quella sottile linea di confine tra lecito e illecito. Daniela Gagliardi, ex cittadina di Napoli, dichiara che dell’argomento rifiuti/camorra è giunta a conoscenza soltanto da quando il problema è diventato eclatante. “Prima di allora – spiega- le voci su ciò che potesse esserci di illecito o illegale sul problema rifiuti sono state poche o addirittura inesistenti. Pur avendo vissuto a Napoli per quarant’anni della mia vita, è praticamente impossibile, anche se sostanzialmente palpabile, comprendere quali e quante siano le relazioni esistenti tra il lecito e l’illecito nei più svariati ambiti della vita quotidiana, sociale e politica della nostra città”.

Dalle Storie, dai racconti e dalla partecipazione della gente si può ripartire. Prima di tutto, salvaguardando il cittadino che ha voglia di parlare. Perché, in questo gioco fazioso, le persone che “parlano”, vengono denunciate per diffamazione. Anche se confermano la sacrosanta verità, la loro voce viene repressa e minacciata.