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Diritto di critica | September 20, 2020

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Donne e lavoro, lo studio di Sda Bocconi: differenze nella retribuzione e pochi posti di responsabilità - Diritto di critica

Donne e lavoro, lo studio di Sda Bocconi: differenze nella retribuzione e pochi posti di responsabilità

Donne e lavoro: un connubio che non ha mai smesso di far discutere, nonostante le lotte sull’emancipazione femminile e le leggi attuali che – almeno in teoria – dovrebbero proteggere le conquiste a cui queste battaglie hanno portato. Eppure i risultati dello studio sul cosiddetto “gender pay gap” (Gpg) – organizzato dalla Sda Bocconi School of Management in collaborazione con Hay Group e presentato ieri a Milano, in un convegno dal titolo “Gender Pay Gap: dati reali e luoghi comuni” – parlano ancora di una certa divergenza sulla retribuzione maschile e femminile nel mondo del lavoro e in particolare di una difficoltà diffusa da parte delle donne ad accedere ai ruoli di più alta responsabilità.

Dai dati dello studio – condotto dal 2005 al 2010 per  verificare esistenza e portata in Italia del fenomeno del “gender pay gap”, ovvero della disparità di retribuzione sulla base del genere – risulta che nel nostro paese, a parità di lavoro e di posizione occupata, lo stipendio di un uomo sarebbe del 5% più alto rispetto a quello di una donna: un gap tutto sommato contenuto rispetto ad altri paesi europei, dove il problema è più sentito. Secondo il rapporto 2010 della Commissione Europea, infatti, il divario salariale medio attuale in UE si aggira attorno al 18%, con notevoli differenze da stato a stato e tra i diversi settori occupazionali.

Lo studio della Sda Bocconi e di Hay Group si è concentrato principalmente sulla realtà italiana ed  ha esplorato il tema analizzando un campione di oltre 8.000 posizioni in diverse realtà aziendali multisettoriali (147 italiane e 74 subsidiary di multinazionali estere).  «I risultati – hanno spiegato i ricercatori che hanno curato lo studio, Chiara Paolino di Sda Bocconi e Michele Stasi di Hay Group  – dimostrano come, facendo la media delle retribuzioni di uomini e donne del campione, il fenomeno “gender pay gap” sia del 12,5% e con l’aumentare del grado di complessità della posizione in azienda, il salario maschile cresca più velocemente del 2,7%. Inoltre le donne sono in genere maggiormente impiegate in funzioni aziendali a più bassa retribuzione». Il vero problema, insomma, non sarebbe tanto il GPG, quanto il cosiddetto “soffitto di vetro”, cioè la difficoltà per le donne di accedere ai ruoli di alta responsabilità e quindi più retribuiti. Una “segregazione” che prende forma sia in verticale – con il diminuire del numero di donne al crescere della complessità del ruolo lavorativo – che in orizzontale: se la presenza maschile pare infatti distribuita in modo uniforme nei vari settori, lo stesso non si può dire per quella femminile, che si concentrerebbe nei settori alimentare (21,5%), farmaceutico (21%) e servizi (18%). Discorso simile per le aziende, dove le donne lavorano prevalentemente nei campi del marketing (26,3%), delle risorse umane (23,7%)  e dell’amministrazione (19,6%).

Contro il problema delle disparità lavorative tra uomo e donna si era mobilitata l’anno scorso anche la Commissione Europea: «sono molto preoccupata – aveva affermato infatti la vice presidente Viviane Reding, Commissario per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza – per il fatto che il divario salariale fra uomini e donne sia diminuito di poco negli ultimi 15 anni e in alcuni paesi sia addirittura in aumento. In questi tempi di crisi, il divario salariale tra i sessi è un costo che l’Europa non può permettersi e occorre far ricorso a tutti gli strumenti a disposizione per colmarlo. Insieme agli Stati membri, la Commissione cercherà di ridurre significativamente il divario salariale tra uomini e donne nell’Unione europea entro la fine dell’attuale mandato». E anche sull’accesso delle donne a posizioni di prestigio pare si stia muovendo qualcosa nel concreto: è di ieri infatti l’approvazione al Parlamento Europeo della risoluzione che invita tutti i Paesi membri a elaborare politiche adeguate per assicurare una maggiore partecipazione femminile nel mondo degli affari. Ad oggi infatti le donne rappresentano soltanto il 10% dei componenti dei Cda delle più grandi società quotate in borsa e la proposta sarebbe quella di introdurre quote minime di presenza, con l’obiettivo di arrivare al 30% nel 2015 e al 40% nel 2010.

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