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Diritto di critica | August 14, 2020

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Strauss-Khan e il fisioterapista di Alicante - Diritto di critica

Dominique Strauss-Khan e José Vincent Piera Ripoli hanno qualcosa in comune: sono stati accusati ingiustamente. Il primo negli Stati Uniti – e la sua vicenda è finita su tutti i giornali del mondo – il secondo in Italia, ma della sua storia in pochi hanno scritto. Il primo era direttore del Fondo monetario internazionale, in lizza per la poltrona di capo dello Stato francese, il secondo un medico fisioterapista spagnolo. Il primo è stato prelevato da un aereo mentre era in partenza da New York, il secondo è stato arrestato a casa dalla guardia civil, su mandato di arresto internazionale. Il primo ha trascorso i domiciliari in un appartamento da diversi decine di migliaia di euro di affitto al mese, il secondo è stato otto mesi rinchiuso nel carcere di Opera, a Milano, con l’accusa di essere un narcotrafficante colombiano di stupefacenti. Un unico punto in comune: la liberazione. E a questo punto iniziano le differenze.

Il caso della “liberazione” di DSK è a tutti noto e ci torneremo brevemente più avanti, quello di José Vincent Piera Ripoli merita invece qualche parola in più. Soprannominato nelle intercettazioni “El Gordo“, il Ciccione, a sua insaputa e da “latitante” (perché le notifiche non arrivano), Vincent Piera Ripoli è stato condannato dal Tribunale di Milano a 15 anni di reclusione in primo grado il 17 gennaio 2007, in Appello il 4 dicembre 2007 e in Cassazione il 29 aprile 2008. L’8 agosto è scattato il mandato di cattura europeo e l’estradizione dalla Spagna: l’hanno prelevano dalla sua casa di Alicante, ammanettato e lo spedito su un aereo in Italia, destinazione il carcere di Opera a Milano.

Come spiega Luigi Ferrarella in un articolo del Corsera pubblicato ieri, “decisivo, per identificarlo nel “Gordo”, fu l’incrocio tra le intercettazioni dei narcos e un controllo al casello di Carmagnola l’8 agosto 2000, quando i carabinieri di Monza identificarono, insieme a un italiano (M.B.) coinvolto nei traffici, anche una persona che il passaporto indicava appunto «Piera Ripoll Vincent Josè, nato a Gandia (Spagna) il 31.10.1963», poi riconosciuto al Motel Ritz di Varedo il 26 settembre in un altro momento topico dell’indagine antidroga”. Peccato non si trattasse del legittimo titolare del passaporto, rubato (furto regolarmente denunciato) al proprietario qualche tempo prima.

Mentre studia le carte del processo per capire il motivo di quella detenzione in un Paese straniero, nel carcere di Opera Vincent incontra proprio quell’M.B. con in quale – secondo gli inquirenti – era stato identificato al casello autostradale. Ed è proprio M.B. che lo aiuta a ristabilire la verità.

A tirare Vincent fuori dai guai – mentre il processo lo vedeva puntualmente imputato di traffico internazionale di stupefacenti – sono stati i suoi avvocati (Simone Briatore, Stefano Fratus e Antonino Gugliotta), con l’aiuto e la testimonianza di M.B., nel frattempo divenuto collaboratore di giustizia. I legali hanno fatto il lavoro che evidentemente non era stato svolto dai pm milanesi – si trattava in fondo di un semplice controllo, capace di scagionare un innocente – e con mille difficoltà sono riusciti a recuperare il passaporto rubato: la differenza tra la foto attaccata sul documento e il volto di Vincent (tutt’altro che “gordo”), era ed è palese. Ma i magistrati milanesi non hanno mollato la presa e il 17 dicembre 2009 la Corte di Appello ha negato all’imputato la scarcerazione. E in carcere, si sa, da innocenti si rischia di impazzire.

A ristabilire la verità è stato invece il Tribunale del Riesame che pochi giorni dopo,  il 21 dicembre 2009, ha accolto il ricorso e ha liberato lo spagnolo, che il 25 marzo 2010 ha visto la Cassazione finalmente annullare la condanna a 12 anni e aprire all’assoluzione in Appello il 27 ottobre «per non aver commesso il fatto», definitiva in Cassazione l’11 gennaio 2011. Otto mesi di inferno e un percorso processuale che – solo di parcella per i legali – è costato a Vincent 47mila euro.

Consapevole dell’errore, lo Stato italiano corrisponderà a Vincent 85mila euro a titolo di risarcimento, 27mila euro in più rispetto a quanto previsto dal “tariffario” per ogni singolo giorno di carcere. Tutti soldi pubblici.

La differenza con il caso di DSK sta in un unico aspetto della liberazione: la rapidità. Se negli Stati Uniti il Procuratore ha deciso di liberare Strauss-Khan ben prima del processo (che comunque andrà avanti almeno fino al 18 luglio prossimo), rimediando una figuraccia planetaria per un’indagine che ha compromesso e non poco l’immagine della magistratura e della polizia statunitensi, in Italia un innocente è stato “salvato” da una dozzina d’anni di galera solo grazie alla caparbietà di tre avvocati e dopo diversi gradi di giudizio ormai consumati.

L’evidenza – pare – spesso non basta a dimostrare l’innocenza di una persona. Il tutto mentre il vero narcotrafficante – quello del passaporto falsificato – è ancora a piede libero.

Comments

  1. paolillo

    Certi paragoni é meglio non farli, in assenza di dati precisi. Anche se per partito preso si vuole denigrare la giustizia del proprio paese dicendo che altrove é sempre meglio.
    La giustizia americana é una giustizia solo per i ricchi.
    Che Strauss Khan sia innocente é pura illazione. Il fatto che sia stato liberato su parola, vuol dire solo che il pubblico ministero ha lavorato male. Ma che la “vittima” abbia detto delle bugie sul suo passato non vuol dire che non sia più una vittima, anche se screditata. Anche se si fosse prostituita, non per questo meritava di essere sequestrata o aggredita. Documentatevi sul personaggio Strauss-Kahn prima di scrivere e di paragonarlo a onesti cittadini incappati in un errore giudiziario.

    • Gentile Paolillo,
      dal momento dovremmo “documentarci prima di scrivere”, ci indichi lei le fonti da consultare – che siano quindi autorevoli – sul conto di Strauss Khan. Saremo lieti di attingervi.