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Diritto di critica | September 24, 2020

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Cina: nuova offensiva della propaganda governativa sul mercato cinematografico - Diritto di critica

Cina: nuova offensiva della propaganda governativa sul mercato cinematografico

Nessun film straniero, neanche le pellicole di Hollywood, sarà proiettato nelle sale cinematografiche cinesi. La censura governativa si mostra intransigente verso i prodotti esteri, almeno fino al lancio del film propagandisticoBeginning of the great Revival’, costato 800 milioni di yuan (124 milioni di dollari), la cifra più alta mai pagata per la realizzazione di un prodotto cinematografico cinese. La pellicola racconta la nascita e l’ascesa del Partito Comunista (a 90 anni dalla fondazione), le gesta del suo leader storico Mao Zedong. Nel cast sono presenti centinaia di attori famosi cinesi, compreso Chow Yun Fat (celebri le sue partecipazioni in ‘La tigre e il dragone’ e nei ‘Pirati dei Caraibi – ai confini del mondo’). Non si è badato a spese, neppure per la scenografia e le riprese.

Proiettato in più di 6mila cinema nel paese, il film non sembra aver scaldato il cuore e la mente degli spettatori. Nonostante il gran numero dei biglietti omaggio, le case cinematografiche hanno registrato un pessimo risultato ai botteghini. Le recensioni negative, apparse in questi giorni sui siti internet, sono state censurate e il 90% dei commenti negativi, apparsi sul sito VeryCD, hanno descritto la pellicola come ‘spazzatura’. La scelta di produrre un kolossal di tali proporzioni s’inscrive nella strategia governativa di lanciare una nuova offensiva propagandistica e ‘restauratrice’. Il regime comunista, dopo le aperture verso l’Occidente degli anni scorsi, sta vivendo un periodo di lotte intestine. La questione su come gestire la cultura e, in particolare le pellicole ‘occidentali’, sta diventando parte di un dibattito più ampio.

La Cina potrebbe diventare il più grande mercato filmico del mondo. Nel paese ci sono più di 6.200 sale cinematografiche e ogni giorno sorgono 3 nuovi cinema. Un ritmo sorprendente, che mal si concilia con il ritmo di produzione delle pellicole casalinghe. Un mercato aperto, che riuscisse ad abbracciare anche le produzioni mondiali, rappresenterebbe un’occasione di crescita importante per l’economia cinese. Attualmente, è possibile importare, ogni anno, un massimo di 20 film stranieri. E su questi, si abbatte forte la scure della censura. Le case produttrici di Hollywood, in prima linea nelle esportazioni delle pellicole, ricevono solo il 13% del prezzo del biglietto, percentuale dimezzata rispetto a quella che ottengono dal resto del mondo. La pirateria è diffusa, ma il governo non fa alcuno sforzo per arginarla.

Oltre al settore cinematografico, è evidente come Pechino stia favorendo le aziende nazionali, violando le regole del mercato e del commercio internazionale. Una sorta di protezionismo illegale e la stessa Organizzazione Mondiale del Commercio ha più volte ammonito la politica cinese. Negli ultimi mesi sta emergendo una nuova forma di campanilismo, sostenuta con forza dal Partito Comunista. Bo Xilai, nostalgico di Mao Zedong, cita, spesso, in pubblico aforismi, organizza manifestazioni di massa e canta vecchie canzoni del regime. Bo cerca di cavalcare il vento anti-occidentale e, il prossimo anno, potrebbe salire al Comitato permanente dell’Ufficio politico, sfruttando questa nuova ondata di populismo. Dopo secoli di isolamento, la Cina è cresciuta in potenza e forza politica, si è aperta al mondo, ha imparato dall’Occidente, consentendo alle proprie aziende di competere e vincere sui mercati. Un ammodernamento delle sue strutture economiche, grazie anche alla lungimiranza dei suoi leader politici: Deng Xiaoping e Jiang Zemin, in primis. Ora, la nuova generazione dei politici cinesi potrebbe decidere di ripiegare su se stessa: se ciò accadesse, nei prossimi decenni il mondo assisterà a una Cina nettamente diversa rispetto al recente passato.

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