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Diritto di critica | August 19, 2019

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Wikileaks: «la Norvegia si sentiva immune al terrorismo» - Diritto di critica

Wikileaks: «la Norvegia si sentiva immune al terrorismo»

La Norvegia era stata messa in guardia dal rischio terrorismo ma avrebbe sottovalutato gli allarmi. A rivelarlo sono alcuni cablo svelati da Wikileaks e ripresi da Mark Hughes in un articolo per il Telegraph. In una nota degli Stati Uniti del 2007 era stato rilevato il rischio di avvicinamento a gruppi radicali e fondamentalisti da parte dei giovani pakistani emigrati nel Paese scandinavo. Nello stesso scritto si sottolineava inoltre come la Norvegia continuasse a «sentirsi immune al terrorismo», in quanto secondo le valutazioni dei Servizi di Sicurezza (PST) le organizzazioni terroristiche non costituivano per lei una minaccia diretta.

La convinzione dunque delle autorità norvegesi che «il terrorismo avviene da qualche altra parte, non nella pacifica Norvegia» aveva anche spinto gli Stati Uniti a premere ripetutamente affinché il paese nordico «prendesse sul serio il rischio di potenziali attacchi», secondo quanto si legge in un altro cable datato 2008.

Un dispaccio scritto invece nel 2009 dall’ambasciatore americano in Norvegia, Barry White, illustrava l’operato dei Servizi di Sicurezza locali nel seguire le tracce di  sospetti terroristi legati alle cellule minori di Al Quaeda: sebbene gli investigatori fossero stati descritti come «in generale impegnati, competenti e collaborativi», l’ambasciatore metteva in evidenza come avessero però rifiutato l’ausilio dell’intelligence inglese nelle attività di sorveglianza di un indiziato e decodificato una conversazione tra sospettati in luce molto meno minacciosa rispetto a quanto avessero fatto i servizi segreti statunitensi e britannici. Ancora, e nonostante la sorveglianza che avevano garantito, i PST avevano inoltre perso le tracce del materiale esplosivo e di uno dei sospettati per ben 14 giorni, perché l’investigatore al quale era stata assegnata la sorveglianza dell’uomo era stato chiamato per un altro lavoro.«I servizi di sicurezza norvegesi non possono semplicemente continuare così», concludeva il dispaccio.

E se è pur vero – come evidenzia l’articolo di David Crawford sul Wall Street Journal – che i paesi scandinavi hanno una storia di attacchi abbastanza recente, è anche vero che i segnali di un certo cambiamento di obiettivi da parte delle cellule terroristiche erano già stati evidenziati: è dello scorso giugno, infatti, il rapporto confidenziale dell’agenzia di polizia europea Europol che sottolineava come tra le nuove mire dei gruppi estremistici ci siano paesi più inusuali e inaspettati, come appunto quelli scandinavi. La rilevazione era stata motivata da una recente serie di attacchi minori e sospetti  che avevano colpito gli stati nordici negli ultimi mesi: un esempio è il caso dell’uomo curdo-iracheno arrestato con altri connazionali tra Oslo e Duisburg, in Germania, che a settembre aveva confessato l’intenzione di pianificare un attacco terroristico, probabilmente contro il quotidiano danese Jyllands-Posten, reo di aver pubblicato, nel 2005, le controverse vignette caricaturali del Profeta Maometto. Allo stesso modo nel 2009 un video postato sui siti di matrice islamica fondamentalista aveva invocato la guerra santa contro quei paesi che avevano inviato le proprie truppe in Afghanistan, tra cui c’era anche la stessa Norvegia, che aveva alzato al riguardo il livello di allerta contro eventuali attacchi. Ora, le ultime notizie dalla Norvegia raccontano che Anders Behring Breivik – il killer di Utoya, l’uomo per mano del quale sono morte almeno 93 persone, che invocava «l’uso del terrorismo come mezzo per risvegliare le masse» – stava preparando l’attacco dal 2009 ed aveva scritto un memorial di oltre 1.500 pagine, pubblicato su Internet.

E’ un Paese stordito quello che il 22 luglio è stato costretto ad aprire gli occhi sulla propria vulnerabilità. Un Paese che da paradiso europeo si è trasformato in un’oasi di morte e follia. Un Paese che, alla fine, ha dovuto fare i conti con quella parte oscura di sé della quale aveva sempre tentato di negare l’esistenza.

Comments

  1. claudio maffei

    In Norvegia si è sottovalutato il terrorismo, però è anche vero che quello considerato dagli osservatori, soprattutto americani, era il terrorismo arabo.
    Il problema è più ampio e riguarda non solo la Norvegia, ma tutti i paesi democratici, dove vige la libertà di espressione e di fare quasi sempre quel che si vuole.
    La domanda è se la democrazia può accettare, in nome delle libertà individuali e collettive che circolino idee, informazioni, associazioni che minano i valori della convivenza civile, l’integrità della stato democratico e la sicurezza dei cittadini.
    E’ come se un oste ospitasse nella propria osteria, dei manigoldi sapendo che stanno tramando per fargli saltare in aria il locale.
    Questo vale anche per le questioni italiane inerenti terrorismi ed autoritarismi rossoneri.
    Tornando alla Norvegia, il paese paga lo scotto di un’eccessiva tolleranza, così come li pagano altri paesi nordici.
    La libertà è una condizione bellissima, ma il mondo non è sufficientemente evoluto perchè possa essere praticata da tutti indistintamente.
    Bisogna mettere dei paletti rigidi per salvaguardare il sistema democratico.
    Diciamo per essere espliciti, col rischio di essere brutali: serve la dittatura democratica e nessuna tolleranza per chi sgarra.

  2. claudio maffei

    Il libro di 1506 pagine dello svedese Breivik sul web. Nel mirino anche 16 raffinerie italiane. C’erano senza dubbio gli elementi per capire che il soggetto era pericoloso.
    Ma tutti se ne sono fregati…

    http://media2.corriere.it/corriere/content/2011/pdf/2083-Declaration-Ind