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Diritto di critica | February 28, 2021

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Gli Usa verso lo shutdown: il precedente del 1995 e perché non deve ripetersi - Diritto di critica

Gli Usa verso lo shutdown: il precedente del 1995 e perché non deve ripetersi

Siamo ormai agli sgoccioli: manca una settimana al 2 agosto, giorno in cui il presidente americano, Barack Obama, la maggioranza democratica al Senato e quella repubblicana alla Camera dovranno raggiungere un accordo sul tetto al debito pubblico per evitare lo shutdown (ovvero lo “spegnimento”) del governo federale.

L’accordo è al momento ancora lontano, anche se i rumors di mercato ritengono l’eventualità dello spegnimento alquanto remota e parlano di “political bulls–t“: gli USA, infatti, non possono permettersi lo shutdown poiché minerebbe gravemente la già debole ripresa. L’accordo, tuttavia, appare difficile da raggiungere, poiché è in gioco, come in molti altri Paesi del mondo, Italia compresa, la ripartizione dei sacrifici fra le varie classi sociali, con i democratici che chiedono sacrifici anche ai ricchi che finora hanno beneficiato dei tagli alle tasse dell’era Bush (la pressione fiscale è al minimo storico del 14%), mentre i repubblicani esigono che i tagli colpiscano solo le spese, in particolare il welfare. Si tratta di posizioni inconciliabili, e pertanto gli uffici federali si stanno preparando all’eventualità dello shutdown.

Lo shutdown consiste nella chiusura di tutti i servizi statali non essenziali (sono quindi esclusi dallo shutdown i servizi di ordine pubblico, ad esempio),  e che non sono economicamente autosufficienti (come il servizio postale), in modo tale da “forzare” il governo a risparmiare risorse, al costo però di negare a fette più o meno larghe di cittadini e aziende determinati servizi che potrebbero essere loro necessari per continuare la propria vita di tutti i giorni o la produzione di beni e servizi, senza contare che circa un milione di impiegati federali potrebbero rimanere senza stipendio per un tempo indefinito.

Nel corso della propria storia gli Stati Uniti hanno già subito diversi shutdown a livello statale, l’ultimo in Minnesota pochi giorni fa, e uno di essi è avvenuto addirittura a livello federale: accadde (o meglio accaddero, visto che ve ne furono due quasi consecutivi) fra il 1995 e il 1996, che, allora come oggi, erano gli ultimi due anni del primo mandato presidenziale. Presidente era un democratico, Bill Clinton, che si ritrovò a convivere, proprio come oggi, con una maggioranza repubblicana che voleva significativi tagli alla spesa pubblica, in contrasto con i piani di ampliamento del welfare che il presidente aveva in mente. Anche allora il tetto del debito (debt ceiling) era stato raggiunto, per un ammontare di 4,9 bilioni di dollari (contro i 14,3 attuali). Poiché le trattative fallirono, circa 800mila lavoratori pubblici furono rimandati a casa la mattina del 14 novembre del 1995, per poi ritornare in servizio cinque giorni dopo, quando fu raggiunto un accordo temporaneo. Il successivo shutdown iniziò il 16 dicembre e terminò il 6 gennaio 1996, con un accordo che prevedeva, tra le altre cose, un aumento del debt ceiling a quota 5,5 bilioni. Gli americani, alle successive elezioni, punirono i repubblicani rieleggendo Clinton: gli USA conobbero una forte crescita economica e non vi fu alcun ripudio del debito, ovvero non vi fu alcun default.

Nonostante le tante analogie, possiamo ritenere che quanto sta accadendo oggi non sia simile a quanto accadde nel 1995? Come Clinton dai predecessori Bush senior e Reagan, Obama ha ereditato molte grane da un presidente repubblicano il cui cognome è Bush, le più gravi delle quali furono i forti tagli alle tasse dei redditi più elevati (maggiori costi per 1,8 bilioni), insieme a un taglio delle spese per il welfare e all’esplosione della spesa militare (maggiori costi per 1,5 bilioni), oltre che gli immensi salvataggi bancari del TARP (0,2 bilioni). La situazione è però più grave per due ordini di ragioni. La prima è che gli USA stanno soffrendo una crescita economica lenta e molto squilibrata: a fronte di una disoccupazione vicina al 10% (nel 1995 era al 6% e sarebbe calata ancora), vi sono molti soggetti, individui ricchi e imprese, che stanno macinando guadagni record e stanno tesaurizzando una grande quantità di denaro che, non andando in circolo, non produce nuova ricchezza (si pensi ad Apple, seduta su una liquidità di 65 miliardi di dollari, praticamente una grossa finanziaria italiana); la seconda è che il debito pubblico da rifinanziare era più piccolo (4,9 bilioni di dollari) e rappresentava meno dell’80% del prodotto interno lordo USA, a fronte del quasi 100% attuale e con un deficit record di oltre il 12% (era il 2,2% nel 1995).

Possiamo dunque dire che lo shutdown del governo, questa volta, rischia di essere immensamente più grave: gli USA “grazie” allo shutdown potrebbero ancora essere in grado di ripagare gli interessi sul debito pubblico senza doverne emettere di nuovo (cosa che non potrebbero fare a causa del debt ceiling, costringendoli quindi al fallimento, al default), ma le incertezze circa lo stato dell’economia, ulteriormente depressa a causa dello shutdown, potrebbero comportare un downgrade da parte delle agenzie di rating, e quindi rendere enormemente più difficoltoso il pagamento degli interessi del debito pubblico, facendolo esplodere ulteriormente ed in modo definitivo, rendendo la possibilità di default ancora più concreta anche senza shutdown.

Un default degli Stati Uniti, oggi centro del mondo, e la mancanza di un altro attore in grado di prenderne il posto (troppo confusionaria l’Europa, troppo piccoli e poco sviluppati i Paesi emergenti) rischia di avere conseguenze negative molto significative anche per il resto del pianeta.

Photo credits | White House (Pete Souza) [CC-BY-2.0], via Wikimedia Commons

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