Carneficina quotidiana in Siria, ma governi e pacifisti stanno a guardare
L'EDITORIALE - A sostegno dei manifestanti non una manifestazione in Occidente né una Freedom Flotilla
Scritto da Emilio Fabio Torsello il 1 agosto 2011 in Editoriale / Mondo
In Siria è un massacro quotidiano. Ieri le agenzie hanno battuto la notizia dell’ennesima strage nella città di Hama, dove tank e cecchini appostati sui tetti hanno preso di mira la popolazione. Un bilancio provvisorio parlava di almeno cento morti. Dispacci di agenzia che arrivano quotidiani con il loro carico di sangue, quasi del tutto ignorati da un Occidente che invece si è precipitato a bombardare – per le stesse motivazioni – la Libia di Gheddafi.
Viene allora da chiedersi in cosa differiscano libici e siriani. Su entrambe le popolazioni, infatti, si è accanita la mano pesante del regime, con morti, feriti e violazioni quotidiane dei diritti umani. In Siria si spara sulle opposizioni e sulle manifestazioni, in Libia accadeva lo stesso prima dell’intervento Nato. Eppure sui primi il mondo sta a guardare, si limita a condannare. Ma le parole sono molto meno efficaci di un intervento militare e vengono sistematicamente ignorate. Dove sono la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Italia? Le loro armi sono le parole, gli accenti di condanna o poco più: solletico per un regime come quello di Assad che ogni giorno spara, ammazza, trucida.
A differenza del regime di Gheddafi, circondato da Stati ben diversi dall’Iran e dalla polveriera mediorientale, un intervento militare in Siria oltre ad apparire ben più difficile è quantomai sconsigliato. Eppure proprio davanti alla crudeltà del regime di Assad si sta misurando l’ipocrisia e la disarmata loquela dell’Occidente, della Nato e degli Stati Uniti. Tutti con le mani legate.
“Un medico che non ha voluto essere identificato – scriveva ieri Repubblica – ha detto di aver visto diversi cadaveri e altre decine di persone ferite solo nell’ospedale Badr, mentre nell’ospedale Al-Horani vi sarebbero almeno tre corpi e due all’Hikmeh. Ma diversi corpi, dice la fonte, “giacciono abbandonati nelle strade” e cecchini si stanno appostando sui tetti dell’edificio della compagnia elettrica e della prigione”. Le cronache libiche di qualche mese fa raccontavano scene quasi identiche, con corpi martoriati dalle bombe e persone ammazzate con proiettili in testa, sparati per uccidere.
Spesso ignorati anche dai media nostrani ed avvertiti come un rumore lontano – sullo sfondo delle beghe politiche del governo – i fatti siriani sono ben poco noti agli italiani che ne prendono atto con sostanziale disinteresse: non una manifestazione davanti al consolato siriano, non un pacifista che sia sceso in strada contro la carneficina del regime di Assad, non una Freedom Flotilla. E’ l’ipocrisia di tanti: media, attivisti per i diritti umani, governi. In Siria intanto si continua a morire.
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