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Diritto di critica | August 7, 2020

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La verità sulla strage di Bologna nella sorte di due giornalisti scomparsi - Diritto di critica

La verità sulla strage di Bologna nella sorte di due giornalisti scomparsi

Scritto per noi da Giancarlo De Palo*

Sono molto commosso per quanto accadrà domani, in occasione dell’apertura della stagione dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, a Roma. Per il secondo anno consecutivo questa prestigiosa Fondazione dedica il concerto di apertura della stagione sinfonica alla memoria di due giornalisti deliberatamente cancellati dalla memoria storica della nazione di cui erano figli: Graziella De Palo, di cui sono il fratello maggiore, e del suo collega Italo Toni.

L’idea di dedicare un concerto il 2 Settembre 2010 alla loro memoria, in occasione dell’anniversario della loro “scomparsa”, la comunicai la primavera precedente ad un giornalista di razza dello stampo di Gian Paolo Pelizzaro, che ha studiato – come consulente della Commissione Stragi prima e della Mitrokhin poi – l’intera vicenda che conosce a menadito per aver studiato, insieme al magistrato Lorenzo Matassa, tutte le voluminosissime carte dell’inchiesta giudiziaria del pubblico ministero Giancarlo Armati e del Giudice Istruttore Renato Squillante.

Gian Paolo Pelizzaro è attualmente il vice capo ufficio stampa del Comune di Roma e si sta battendo per la verità sui mandanti della Strage di Bologna del 2 Agosto 1980, e del rapimento e dell’omicidio di Graziella e Italo, rapiti esattamente un mese dopo – il 2 Settembre – dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, la più famigerata delle tre componenti dell’Organizzazione (OLP) per decenni presieduta e tenuta insieme dal “carismatico” Yasser Arafat. I due fatti sono puntualmente avvenuti per una violazione del cosiddetto “lodo Moro”, che dava libero passaggio ai palestinesi con le loro armi sul suolo italiano, purché i loro attentati risparmiassero il nostro paese, tragico “ventre molle” delle nazioni dell’allora ristretta Comunità europea e della stessa NATO.

Questo accordo, stipulato dal colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone, distaccato al SID poi SISMI con Bassam Abu Sharif, oltre che con gli stessi capi di Al Fatah Arafat e Abu Ayad, era stato infranto in conseguenza dell’arresto da parte dei Carabinieri di Daniele Pifano, un sessantottino romano colto in flagrante possesso, ad Ortona, nel furgone da lui guidato, dei micidiali missili terra-aria Strela, destinati al terrorista internazionale Carlos, attualmente in prigione in Francia. Destinatario di tale carico era il palestinese Saleh Abu Anzeh, come fu ben presto acclarato dalla magistratura, che lo arrestò e imprigionò alla stessa stregua dei suoi “compagni” italiani.

Saleh fu condannato in appello nel corso del processo cominciato il 2 luglio 1980. Infuriato, Bassam Abu Sharif minaccia una rappresaglia, che viene data in appalto a Carlos, il quale la affida al terrorista rosso tedesco Thomas Kram, che infatti si trova, guarda caso, proprio a Bologna esattamente un mese dopo, il 2 agosto 1980, il giorno della Strage alla Stazione in quella stessa città cioè che era stata la residenza di Saleh.

Il Presidente del Consiglio dell’epoca, Francesco Cossiga, si vide recapitare una protesta formale di Bassam Abu Sharif, che per la prima volta rese pubblico tale accordo segreto, chiedendone l’applicazione. Ma il patto tra Italia e OLP era talmente segreto che i capi dei Servizi (leggi Giuseppe Santovito, membro della loggia massonica P2 capeggiata da Licio Gelli) ne tenevano all’oscuro lo stesso Cossiga, il quale, colto in contropiede, ne negò l’esistenza, commettendo così una “gaffe” dalle conseguenze imprevedibili e irreparabili.

Un mese dopo è il turno di Graziella e Italo, che vengono rapiti a tradimento, come io stesso assodai nei miei contatti con personaggi palestinesi, da una jeep che si spacciò per quella con la quale avevano realmente appuntamento e che doveva appartenere – come Graziella e Italo avevano comunicato in una drammatica visita all’Ambasciata italiana – al Fronte Democratico della Liberazione della Palestina guidato da Nayef Hawatmeh, anch’esso – come il Fronte popolare e la stessa al Fatah – facente capo in ultima istanza ad Arafat.

Se non torniamo fra tre giorni, veniteci a cercare“, avevano detto al primo consigliere Tonini. Da allora non sono passati tre giorni, ma trentuno anni, l’ambasciatore Stefano D’Andrea che li cercò e scoprì che erano stati rapiti dalla stessa Organizzazione terroristica che li ospitava fu trasferito d’ufficio per lasciare mano libera al colonnello del SISMI Stefano Giovannone, che non si occupò di altro che di mettere a tacere la vicenda innalzando un enorme polverone ed accreditando una falsa “pista falangista“, creata ad arte probabilmente dallo stesso Santovito. Fatto sta che qualcuno fece partire per il Libano una “falsa Graziella”, la massona Edera Corrà, che scese all’Hotel Montemare di Beirut Est, covo di spie israeliane, con l’incarico di intervistare “il futuro presidente del Libano” – come le venne detto e puntualmente avvenne – lasciando una falsa traccia di mia sorella, in realtà già in mano dei palestinesi da più di un mese.

Quando fossero usciti fuori i cadaveri, che la stessa Corrà denunciò presenti all’obitorio dell’Ospedale americano di Beirut Ovest, l’ultima traccia di Graziella sarebbe stata la sua richiesta di intervista al capo dei Falangisti Béchir Gemayel, al quale la Corrà, confondendosi con Graziella, aveva chiesto quell’intervista alla quale non si recò mai, ma che servì a lasciare una falsa traccia di mia sorella nel settore Est della città, immediatamente prima della sua morte. Siamo in pieno “giallo internazionale”, coperto dal Segreto di Stato invocato da Giovannone ormai messo sotto torchio dopo l’arresto dal pubblico ministero Giancarlo Armati, e confermato da Bettino Craxi.

Una cosa è certa: dopo non tre giorni, ma trentuno anni, noi aspettiamo che quei poveri resti ci vengano restituiti, come una voce che chiama nel deserto dell’informazione e nel silenzio complice dei mass media.

Al nostro fianco, da ormai due anni e mezzo, abbiamo il primo cittadino di Roma Capitale, Gianni Alemanno, che in virtù della sua carica di Sindaco è anche Consigliere dell’Orchestra di Santa Cecilia, nell’attesa che anche il primo cittadino della nostra Nazione, il Presidente Gioorgio Napolitano, solleciti la magistratura a riaprire il caso, come seppe fare in modo impareggiabile il suo predecessore Sandro Pertini, Presidente all’epoca dei fatti. Grazie dunque a Gianni Alemanno, grazie al Sovrintendente dell’Orchestra Bruno Cagli, grazie al Maestro Antonio Pappano per aver restituito alla memoria storica di Roma le figure umane, culturali e professionali di Graziella ed Italo. Quanto al nostro appello, è uno solo: ridateci, in cambio del nostro olivo simbolo di pace e riconciliazione, quel che resta di quei poveri corpi.

*Giornalista, fratello di Graziella De Palo

Comments

  1. Jerry

    Tohhh c’è qualche giornalista con la G maiuscola che ha coraggio di pubblicare articoli che toccano i crimini dei Palestinesi e le coperture della sinistra.

    • Cthuhu

      Certo, e anche perche` la faccenda sta tanto a cuore ad Alemanno….

  2. Jerry

    Cthuhu, come al solito, schieramenti politici anche quando non ci dovrebbero essere. Ti rammento che Roma si è sempre schierata per la liberazione e per il ricordo di tutti i giornalisti (e non solo) rapiti a cominciare dalla Sgrena.