Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Diritto di critica | June 23, 2017

Scroll to top

Top

Anna Politkovskaya, l’amaro sapore della libertà

Anna Politkovskaya, l’amaro sapore della libertà

Al Milano Film Festival va in scena il documentario su Anna Politkovskaya, “A Bitter Taste of Freedom“. Sullo schermo l’altro volto, umano e solitario, della giornalista russa uccisa nel 2006 da mani di potere. Davanti alla cinepresa della regista Marina Goldovskaya scorrono volti di vecchi amici di Anna, i suoi cani, i video della stessa giornalista che riflette sulla propria condizione. L’altro lato, amaro e ignorato, della libertà d’espressione.

A Bitter Taste of Freedom, clip 1 

A Bitter Taste of Freedom, clip 2

A Bitter Taste of Freedom, clip 3

“Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me. Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi. Sono felici di parlare con me, mi danno informazioni, raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci.”

Politkovskaya si è guadagnata questa vita, relegata nel segreto e nell’esclusione, scrivendo rigorosi reportage sui massacri di civili commessi dalle truppe russe e cecene – per raccontare, a chi non poteva sapere, quel che stava succedendo davvero laggiù. Il suo coraggio è stato celebrato in mille modi, tutti in fondo inadeguati, perchè finiscono per raccontare solo le sue “gesta” da giornalista-inquirente d’assalto: una leggenda che dimentica la persona, con i suoi dubbi e le sue tristezze, che scriveva per la Novaja Gazeta verità così invise al potere costituito.

Le scene riprese da Marina Goldovskaya, autrice di docu-film biografici e amica di lunga data di Anna, parlano soprattutto di questo personaggio. Si vede la casa di Mosca e le immagini dei suoi cani – il coraggioso dobermann Martin e il disperato, terrorizzato Van Gogh; persone che l’avevano conosciuta raccontano cosa le piaceva scegliere al bar, e dello sguardo che aveva quando tornava dai reportage in guerra; e poi lei stessa, di fronte alla telecamera sempre accesa di Marina, a confessare di volta in volta rabbia, dubbi e stanchezza.

La regista racconta così l’amicizia con Politkovskaya. “Avevo girato un piccolo film del matrimonio di Anna, nel 1990. Era un periodo di grande speranza, sembrava che il paese stesse sbocciando a nuova vita. Anna mi colpì molto, era estremamente interessante, una persona effervescente ed energica: non potevo fare a meno di portare la telecamera con me, non volevo perdermi niente“.

Anni dopo l’omicidio, Marina riprende in mano i videotape di Anna e li trasforma in un film. “Volevo raccontare l’essere umano che era lei, come l’avevo conosciuta e filmata: bella, forte, ma anche fragile e dolce. Una persona piena di aspetti diversi, ironici, commoventi e unici”.

La solitudine di Anna resta l’aspetto più drammatico, e umano, della sua storia. “Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L’unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta. (da Internazionale, “Il mio lavoro ad ogni costo”, pubblicato postumo il 26 ottobre 2006).