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Diritto di critica | April 24, 2019

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Disegnatori e politica, quando il cinema cambia punto di vista - Diritto di critica

Disegnatori e politica, quando il cinema cambia punto di vista

Scritto per noi da Aida Antonelli*

Il “Faust” di Aleksander Sokurov si è aggiudicato il Leono d’Oro alla Mostra di Venezia appena conclusasi, ma nel tentativo di andare oltre i premi, è interessante guardare a pellicole che abbiano lasciato un segno e incuriosito stampa e spettatori; al Lido quest’anno due film in particolare hanno fatto molto parlare di sé: “L’Ultimo terrestre” di Gipi, disegnatore e fumettista pisano alla sua opera prima e “Pollo alle Prugne” dell’iraniana Marjane Satrapi, autrice di fumetti, sceneggiatrice, illustratrice. Entrambi hanno scelto, in qualche modo, di fare politica attraverso il cinema. Come a dire, i messaggi importanti passano attraverso l’arte, tutta l’arte, che si compenetra e genera senso. Questa scelta di fondo non è l’unica analogia tra i due autori: Gipi e Satrapi provengono dal mondo delle arti figurative, il tratto, il fumetto – o meglio la graphic novel – è il loro abituale modo d’esprimersi. Prestati al cinema, sono diventati autori a tutto tondo, raccontando il ‘loro’ mondo, il loro Paese. Italia e Iran, svelati attraverso gli occhi di due disegnatori che hanno impugnato la macchina da presa.

L’Ultimo terrestre è stato l’ultimo dei tre italiani in gara, alla Mostra del Cinema. Venezia ha acclamato Gipi – alias Gian Alfonso Pacinotti – con 15 minuti d’applausi; e lui, già famosissimo per le sue illustrazioni su La Repubblica e Internazionale, per la prima volta nelle vesti di regista, ha dimostrato che abbiamo ancora tutti un gran bisogno di favole. Anche quando sono amare. I marziani del suo film ci portano a chiederci, chi siano davvero gli alieni: se esseri straordinari, diversi da noi, approdati da chissà quale spazio lontano, oppure noi, confusi, alienati, sfiduciati, svuotati. L’Ultimo terrestre, già nelle sale italiane, prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, è un film che rispecchia l’onestà intellettuale e artistica di uno dei più validi autori nostrani. Dopo gli applausi a Crialese (Terraferma) e i fischi alla Comencini (Quando la notte), Gipi è stato una grande sorpresa, per l’originalità con cui ha raccontato un’Italia spaventosa e disillusa attraverso gli occhi del suo protagonista, Luca Bertacci, un 30enne dal viso buffo e duro. In lui e negli altri protagonisti ci sono tutti i nostri peggiori difetti contemporanei: violenza e razzismo, mancanza di coraggio e di valori. Ma soprattutto indifferenza, cinismo.

Pollo alle prugne. Quattro anni dopo Persepolis, Marjane Satrapi torna al cinema portando sullo schermo una delle sue graphic novel più intense, “Poulet aux prunes” – Pollo alle Prugne – ; un altro adattamento dunque, ma stavolta il film non è più d’animazione ma con attori veri che danno vita alle strisce della fumettista più nota di Persia, naturalizzata francese per motivi politici. Pollo alle Prugne è una commedia agrodolce, in bilico tra impegno e leggerezza – molte le trovate umoristiche nella trama – e la Satrapi conferma il suo stile, buffo e struggente al tempo stesso, amaro e sorridente.

Siamo in Iran, nel lontano 1958. Gli ultimi giorni di vita di un violinista che ha deciso di morire, dopo che la moglie gli ha distrutto il suo strumento: Nasser Alì, questo il suo nome, decide che non ha più motivo per vivere. Si chiude in camera sua, s’infila sotto le coperte. Fargli cambiare idea, che sì, ha ancora molto da fare, da vivere, da sperare, non è cosa che riuscirà ad alcuno: ne’ il fratello, ne’ il suo piatto preferito (il pollo alle prugne, appunto), ne’ la preoccupazione dei suoi figli piccoli. Sarà davvero tutta colpa del violino?

Con Pollo alle Prugne, rinunciando all’animazione mimetica del suo tratto grafico e passando ad una live action simile a quella di una fiaba illustrata, la Satrapi dirige una commedia surreale e coloratissima che cela questa metafora: il violino è il simbolo di un amore mai consumato, quell’amore tra gli artisti iraniani esiliati (come Marjane Satrapi stessa) e il loro Paese. Un qualcosa andato in pezzi, frantumato, che nessuno probabilmente potrà mai aggiustare.  Poulet aux prunes è un film pieno d’atmosfera, che trasmette il legame di una terra con i suoi figli; e dentro c’è tutto, la nostalgia, gli affetti più cari, la rassegnazione senza speranza di una riconciliazione che non potrà avvenire a causa della dittatura.

*Giornalista