Il D-day del governo: oggi il voto su Milanese. E rispunta la legge sulle intercettazioni
A salvare l'ex braccio destro di Tremonti potrebbero essere i segreti di cui è a conoscenza e che a nessuno converrebbe far sapere ai magistrati
Scritto da Emilio Fabio Torsello il 22 settembre 2011 in Politica
L’ordine di scuderia è non tradire il governo e “salvare” Marco Milanese, l’ex braccio destro di Tremonti per cui la magistratura ha chiesto l’arresto. Prima che un caso giudiziario, quella di Milanese è quantomai una questione politica che darà la tara della tenuta della maggioranza.
Su tutto grava l’incognita del voto segreto e dei franchi tiratori. Anche perché stavolta da più parti assicurano che non si controllerà (come è accaduto per il voto sul’arresto di Alfonso Papa) il modo in cui i parlamentari voteranno. Se con l’indice puntato verso il pulsante verde o quello rosso della postazione. E se da un lato il leader del Carroccio, Umberto Bossi, preme per “salvare” Marco Milanese, dall’altro c’è da registrare l’incontro avvenuto ieri tra il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e il presidente del Senato, Renato Schifani, indicato da diversi retroscena giornalistici come probabile candidato ad un futuro quanto ipotetico governo transitorio. Alle agenzie, però, Maroni ha detto di fare riferimento a quanto dichiarato dal Senatur. Mentre un deputato del PdL ieri sera definiva così il voto sull’ex braccio destro del Ministro dell’Economia: “tagliare il ramo di Milanese e dunque quello di Tremonti, significa tagliare il ramo sul quale ora siamo seduti tutti“. Secondo altri, però, la questione Milanese è molto meno politica di quanto sembri e rientra nei “segreti” di cui quest’ultimo sarebbe a conoscenza e che sarebbero un salvacondotto per evitare il carcere.
Se anche dovesse sopravvivere al voto su Milanese, però, quello italiano è un governo con le spalle al muro: il premier travolto da notizie di scandali sessuali, diversi processi giudiziari in corso, la scarsissima credibilità internazionale e, infine, un fronte interno con industriali e sindacati uniti in un’anomala alleanza.
Ed è di ieri l’invito alle dimissioni che due dei principali organi di stampa nostrani, Sole 24 Ore e Corriere della Sera, hanno rivolto al premier Berlusconi. “Il presidente del Consiglio – scriveva il direttore del quotidiano di Confindustria – dimostri di amare davvero l’Italia e di avere, di conseguenza, la forza e la volonta’ di farsi da parte se e’ costretto (come tutto rende evidente) a prendere atto che non riesce a fare quello che serve”, mentre sul Corsera Sergio Romano chiosava “Berlusconi deve andarsene, ma in un modo che non faccia violenza alla Costituzione e salvi ciò che della sua fase politica merita di essere salvato”.
Il diretto interessato ha invece fatto sapere al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, di non volerne sapere: non si dimetterà. E anzi, la prossima settimana sarà pronto a portare alla Camera il provvedimento (già calendarizzato) sulle intercettazioni, approvato in prima lettura al Senato. Se il governo sopravviverà al voto su Milanese, dunque, l’impressione è che la prossima riforma non riguarderà il “salvataggio” finanziario dell’Italia quanto la solita – eterna – debacle giudiziaria del premier.


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