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Diritto di critica | May 25, 2020

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A Dangerous Method, l'affondo di Cronenberg nella psicanalisi - Diritto di critica

A Dangerous Method, l’affondo di Cronenberg nella psicanalisi

Scritto per noi da Aida Antonelli

E’ arrivata venerdì nelle sale l’ultima fatica del regista canadese David Cronenberg, A Dangerous Method, dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia. Sullo schermo, la storia dei due fondatori della psicoanalisi Freud (Viggo Mortensen) e Jung (Michael Fassbender): tra loro, Sabina Spielrein, (Keira Knightley) personaggio femminile a lungo rimasto nell’ombra ma che tanto importanza rivestì nello sviluppo della teoria psicanalitica. Cronenberg, col solito acume che lo contraddistingue, analizza l’insolito mènage à trois che cambiò per sempre la storia della medicina: la Spielrein fu paziente dei due santoni dell’inconscio, amante di Jung, fino poi a diventare una delle prime donne ad esercitare la professione di psicanalista.

Il ritratto di una donna all’avanguardia, sullo sfondo di una Europa tormentata, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: tra Zurigo e Vienna, nel cuore di un Paese che sembrava correre verso progresso e cultura, si delineano grandi personaggi, conflitti, problemi. Alla base, uno scenario storico-scientifico imponente, nel quale si intrecciano tre vite complesse, interdipendenti tra loro. Jung e il maestro Freud, colleghi e poi rivali, e l’ebrea russa Sabina Spielrein tra loro, narrati dal regista più controverso dell’inconscio: la cornice è composta e sofisticatissima, la pellicola si inscrive in un cinema del ‘parlato’ allo stesso modo del Carnage di Polanski.

Ma qui il contesto storico e la ricostruzione del passato non sono un dettaglio e i protagonisti, sebbene attraversati dai dubbi e dalle contraddizioni che la cultura del ‘900 ha sdoganato e portato a coscienza, tramite la psicoanalisi, rendono l’idea di una messa in scena troppo studiata: dialoghi a ritmi serrati, inquadrature fredde e impassibili, attori bravi ma con pochi guizzi creativi, e la Knightley soprattutto, attorno a cui ruota l’asse narrativo del film, con una recitazione sopra le righe tutta smorfie ed esasperazione per raccontare la ‘follia’ di una donna sicuramente fuori dagli schemi dell’epoca.

L’idea complessiva del film è che resti a metà, incompiuto. Ben girato, ma lontano dal Cronenberg esistenzialista di Inseparabili (1988), A History of Violence (2005), La Promessa dell’Assassino (2007): viene in mente che l’intento del regista fosse quello di mantenersi equidistante dal racconto, nell’ottica di rendere la storia senza esprimere un punto di vista ben preciso. Da un visionario come lui, forse le aspettative erano un po’ diverse.

Anche Roberto Faenza nel 2003 aveva portato sullo schermo una delle storie più incandescenti del ‘900, con Prendimi l’anima: anche qui al centro della narrazione c’era la figura di Sabina, ma soprattutto il tentativo di ricostruire un amore folle e impossibile (tra la giovane ebrea russa e il dottor Jung). Cronberg invece mette Sabina al centro del motore narrativo, ma il suo A Dangerous Method è un affondo più generale sulla psicanalisi in sé, e quindi sugli esploratori dell’inconscio per eccellenza. Freud, Jung e Spielrein sono i pilastri di una disciplina che avrebbe cambiato la scienza, una rivoluzione senza pari.

Da ricordare che dietro il film c’è la commedia di Christopher Hampton, The Talking Cure, a sua volta ispirata al libro di John Kerr, A Most Dangerous Method.