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Diritto di critica | July 4, 2020

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iSteve - Diritto di critica

iSteve

L’empatia generata dalla morte di Steve Jobs è immensa. Inaspettata, in queste dimensioni. E – francamente – inizio a pensare che il successo della sua tecnologia non basti più a spiegarlo. Certo, ci ha lasciato nel momento di maggiore successo possibile per un uomo, quando la concretizzazione delle proprie visioni arriva a permeare le abitudini della società in cui vive. E in una fase storica in cui è proprio l’avanguardia tecnologica di largo consumo, a costituisce per tutti noi la vera bussola, ciò che detta il parametro stesso di “futuro”.

Ma c’è qualcosa d’altro, di molto più profondo. Perché ciò che colpisce nella sua storia non è solo il “cosa” ha realizzato, ma anche il “come”. 
E’ la sua way of life ad impressionare, il suo pensiero, il suo esempio di vita. Per una generazione post ideologica come la mia, costretta alla disillusione, alla concretezza, al cinismo, al realismo, la ricerca di miti e di esempi da percorrere, è ardua e, spesso, si abbandona sul nascere. 
Quello che altre generazioni hanno avuto dalla politica, e dall’entusiasmo delle lotte civili e sociali, noi facciamo una dannata fatica a trovarlo.

E’ un’epoca di individualismi questa, e dunque, anche  dagli imprenditori – individualisti per eccellenza -, vengono gli esempi di vita. E non sono ammantati di carità cristiana, di impegno sociale o di abnegazione per il prossimo. Ma l’esatto opposto. Sono racconti di totale dedizione al proprio sogno, alla propria realizzazione personale.
Forse sono i miti adatti ad una società “no mercy”. Realisti, concreti, cinici.
Ma allora, cosa ci affascina in questa storia, cosa c’è di “valoriale”? Cosa lo differenzia da tanti altri ty-coon di successo del nostro tempo, che ci dicono che le favole sono finite e che, se si vuole fare strada, bisogna darsi da fare, seguire i propri sogni (l’onirismo non è esclusiva di Jobs) ma perseguirli, poi, con concretezza?

Per rispondere, bisogna riascoltare con calma il discorso di Stanford. Perchè tutte le risposte, sono già dentro.
La sua forza risiede nella sua drammatica verità. Una disarmante sincerità con cui svela la sua ( e la nostra) fragilità umana, messa in piazza per quei ragazzi e per noi, come esempio e come monito. Non ci sono ipocrisie nel suo pensiero, non è, e non fa, il superuomo.
Ci conquista perchè si percepisce una perfetta coerenza tra ciò che dice e la sua stessa esperienza di vita. Ci appare “vero”. Condizione ben più rara, quando si ha ottenuto un immenso successo.

L’ umanità del discorso di Stanford, mette i brividi. Specie se si pensa a come sono andate a finire le cose.
Non c’è nulla di distaccato in lui. Sul palco c’è una leggenda dell’ IT che potrebbe galleggiare – e a buona ragione-  sui suoi clamorosi successi, potrebbe parlare con slogan di plastica, sicuro del tributo finale.
E invece, inaspettatamente appare un uomo che ci parla -a cuore aperto-, dell’argomento più indigesto per questa società, la morte.

E  non predica nulla, non vaticina, non indulge a nient’altro che non sia parlare della sua stessa esperienza di vita, della paura per la malattia, del sollievo per una (temporanea) rinascita, del potenziale immenso di cui siamo fatti, come uomini, ma anche del nostro più grande limite, che dobbiamo interpretare come un imperativo ad agire.

E’ impressionante rivedere quel filmato e come, alle prime frasi “forti”, l’uditorio impreparato alla profondità del discorso, sembri cercare la battuta dove non c’è, e si sente persino qualche risata sommessa, in certi passaggi. Ancora nessuno ha capito. Forse immaginano di avere di fronte un oratore come altri, che cerca la battuta facile per accattivarsi il pubblico. Ma non c’è nulla di comune in quello che dirà.
Di colpo, si percepisce che quel discorso non sarà come gli altri. Cala qualcosa di inspiegabile nell’atmosfera. Con una semplicità disarmante -quasi fuori luogo- ci scaraventa tutti di fronte alla caducità della nostra esistenza. Ci fa precipitare negli abissi dell’esistenzialismo e poi ci riporta in alto, regalandoci qualcosa che a vent’anni vale tutto: una prospettiva con cui guardare la vita davanti.

E non c’è niente di retorico in tutto ciò, non c’è niente di artefatto. E lo si percepisce.
La sua verità non ammette repliche e buca le difese di chi pensa “facile dirlo al posto suo”.
La sua vita, poi, ha parlato per lui. Asceso e precipitato più volte, ha davvero vissuto come ci ha consigliato di fare, senza volersi ammantare di null’altro che di essere un uomo, dannatamente geniale, dannatamente fragile.  

Comments

  1. AR

    Complimenti davvero. Ottimo Post..

  2. Marco Tocilj

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    per vedere cosa è davvero Apple, come nei suoi stabilimenti cinesi si lavori fino a 16 ore al giorno, e sotto intimidazione, tanto che molti operai si sono suicidati… Posso provare ammirazione per l’intelligenza e l’abilità di Mr. Jobs, e compassione per la sua morte, ma non ha migliorato il mondo, ha anzi contribuito a renderlo più consumistico e ingiusto.

    • Marcello

      Si Apple non e’ differente da Nike o simili..profitti enormi concentrati in poche mani utilizzando manodopera a basso costo con molti comp[romessi e R&D ad alto costo senza compromessi. Nessuna particolare novita’ in questo caso. Nessuna particolare umanita’. Mi imbarazza che Jobs sia santificato dai media di tutto il mondo, nonostante sia stato un creativo degno di nota ed ammirazione.

    • eufrasia

      “le onde della banalità salgono al cielo” ancora una volta; ancora una volta si deve trovare il modo di sminuire, di denigrare… certo che le Piramidi costarono lavoro duro sottopagato e chissà quante vittime, così il Colosseo…così la basilica di san Pietro e poi Leonardo sezionava i cadaveri per capire il corpo umano, Michelangelo era un usuraio, Brunelleschi licenziava gli operai per non pagare la giusta paga e assumeva ‘krumiri’…e l’elenco di personaggi geniali che hanno sfruttato il lavoro di altri attraversa la storia, eppure le loro opere, le loro ‘invenzioni’ hanno migliorato e reso più bello il mondo

      • Lorenzo

        Premesso che non vedo cosa ci sia di male a senzionare i cadaveri, non vedo perché il fine possa giustificare i mezzi in ogni caso. E comunque non vedo come Steve Jobs abbia reso milgiore il mondo. Aumentandone il consumismo? Riuscendo a vendere oggetti al doppio del loro costo sfruttando manodopera sottopagata? Quali sono i miglioramenti nel mondo da lui portati?

      • Marcello

        E completamente diverso il contesto: non sono solo prodotti – il messaggio di queste multinazionali come Apple o Google è sempre lo stesso: siamo qui per migliorare il mondo, fidatevi di noi. Poi Google fa triangolazioni internazionali (sebbene legali) per non pagare le tasse e Apple ha profitti enormi anche grazie a lavoro sottopagato. Michelangelo non andava in giro facendo la morale. E poi Steve Jobs è diventato genio da morto direi.. i risultati di queste multinazionali arrivano dalla possibilità di pagare i migliori talenti del mondo (che spesso non hanno nessun diritto di proprietà sulle loro idee da contratto) ed imprenditori come Jobs hanno piuttosto la capacità di creare questi team da cui scaturiscono idee vincenti. Il talento è pubblico, i profitti sono privati. Questo è il segno dei tempi.