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Diritto di critica | January 16, 2019

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“Action Week”: la lotta al razzismo nel calcio non conosce frontiere - Diritto di critica

“Action Week”: la lotta al razzismo nel calcio non conosce frontiere

Lotta alle discriminazioni, al razzismo e sensibilizzazione della società civile attraverso il linguaggio universale dello sport. Il calcio, per la sua diffusione planetaria, è considerato un veicolo ideale per diffondere il messaggio alla base della XII Edizione di ‘Action Week’, una campagna europea contro la discriminazione razziale. Coordinata dal FARE (Football Against Racism in Europe) e dall’Uisp (Unione Italiana Sport Per tutti) nel nostro paese, la manifestazione tuttora raggiunge 40 paesi europei (nel 2001 erano solamente 9, le nazioni interessate) e rappresenta la più ampia serie di attività antirazziste nello sport mai lanciata prima.

La ‘Settimana dell’Azione’, che ha preso il via il 12 ottobre scorso e che si concluderà il prossimo 25 ottobre, ha abbracciato le 32 squadre dell’Uefa Champions League con la campagna ‘Uniti contro il Razzismo’, raggiungendo più di 600mila tifosi direttamente allo stadio e milioni di spettatori attraverso trasmissioni live alla televisione. Prima di ogni gara, del massimo trofeo continentale per club, è stato trasmesso su maxischermo uno spot di 30 secondi dal titolo ‘No al razzismo’. L’Uefa da anni è in prima linea per il superamento delle barriere etniche, religiose e culturali. In tutti i paesi coinvolti, sono state circa duemila le attività all’insegna del tema ‘Football People’, con il coinvolgimento di tifosi, club, federazioni nazionali, gruppi di minoranze etniche e organizzazioni giovanili. Un successo senza precedenti, testimoniato anche dal numero delle leghe professionistiche che vi hanno partecipato, 14 in tutto. In Italia, l’Uisp è da anni in prima linea nella lotta per la diffusione dello sport. La manifestazione sportiva ‘Mondiali Antirazzisti’, organizzata insieme ad alcuni gruppi ultrà e nata per unire la realtà del tifo organizzato con quella della comunità dei migranti, fa registrare indici di partecipazione in aumento.

La Settimana dell’Azione, però, ha anche un respiro contentale. “La Fare Action Week – dice a Diritto di Critica Francesca D’Ercole, del Dipartimento Internazionale Uisp – unisce tifosi, club e coloro colpiti da razzismo in tutto il continente in uno sforzo comune per eliminare la discriminazione. L’idea è che un’ampia gamma di iniziative e attività si occupino di problemi locali all’interno della propria squadra o comunità, unendosi ad altri gruppi europei per adottare una posizione comune contro il razzismo il calcio”. Ogni anno la rete FARE offre sostegno finanziario per una gamma di attività di base per affrontare i problemi locali a livello della comunità. Con il sostegno dell’Uefa, la rete FARE ha fornito piccoli finanziamenti a più di 100 iniziative di base e materiale gratuito per la campagna. All’inizio della manifestazione, il 15 ottobre scorso, a Varese l’Uisp ha allestito un enorme campo di street football aperto a tutti nella centrale piazza Repubblica, con dimostrazioni di parkour e giocoleria. Nei giorni seguenti ci sono state diverse iniziative sportive e tornei multietnici ad Arezzo, Lucca, Vicenza e Ancona. A Napoli, il 22 ottobre è in programma una manifestazione per dire NO al razzismo e all’omofobia.

Una piaga, quella del razzismo, diffusa sia a livello di calcio professionistico sia dilettantistico: “Come giornalista sportiva – spiega Francesca D’Ercole – sono stata testimone in passato di episodi e di un linguaggio a forte contenuto razzista proprio sui campi di calcio dei più giovani. Penso ci sia ancora bisogno di lavorare per l’inclusione e la lotta verso ogni forma di discriminazione. Molti gruppi di tifosi – conclude – si stanno organizzando per affrontare il razzismo, agendo in maniera comunicativa. Direi che la campagna di comunicazione e sensibilizzazione stia dando, pian piano, i suoi frutti”. Tra le associazioni sportive che partecipano all’Action Week spiccano la ‘Polisportiva Antirazzista Assata Shakur Ancona 2001’, la ‘Asi es mi Futbol’, di Lucca, il tifo organizzato degli ‘U.C. Sampdoria Rude Boys and Girls’, la Cooperativa Sociale Onlus di Napoli e l’Associazione sportiva Liberi Nantes di Roma.

E proprio la società della capitale partecipa con una squadra di calcio interamente composta da giocatori vittime di migrazione forzata al campionato nazionale di III Categoria. “La nostra società – dice a Diritto di critica il presidente Gianluca Di Girolami –, opera principalmente per la diffusione e la promozione dell’attività sportiva nella comunità dei migranti, 365 giorni all’anno”. In occasione della prima giornata di campionato, i giocatori del Liberi Nantes sono scesi in campo con lo striscione dell’iniziativa ‘No to discrimination, yes to equality’. “Crediamo di poter replicare questa iniziativa – ha sottolineato Di Girolami – anche in occasione della prossima partita, quando giocheremo contro l’Albarossa. Partecipiamo al campionato nazionale da quattro stagioni, ma siamo fuori classifica perché abbiamo ragazzi con passaporto extraeuropeo, con documenti legati al sostegno di tipo umanitario. I risultati sono stati altalenanti, ma quest’anno abbiamo iniziato con una vittoria”.

La rete europea FARE ha permesso che associazioni di molti paesi riuscissero a condividere un obiettivo comune: “Sono coinvolti ragazzi di Marsiglia – precisa il presidente dei Liberi Nantes –, dei ragazzi spagnoli tifosi del Rayo Vallecano, ma anche gli ultrà della Sampdoria, che ospitarono la nostra associazione a Genova nell’edizione del 2009”. La lotta al razzismo in Italia è ancora agli albori: “A livello ufficiale, spiega Di Girolami a Diritto di critica – il nostro calcio è considerato dall’Europa come uno dei meno attivi sul fronte della lotta alle discriminazioni ed è questo anche uno dei motivi per cui l’Italia non è riuscita ad assicurarsi l’organizzazione degli Europei del 2012. In Italia – conclude Di Girolami – la situazione è drammatica. Basti pensare all’ultimo derby: entrambe le tifoserie, che rappresentano le due squadre più importanti della capitale, si sono caratterizzate grazie a episodi dal chiaro sfondo discriminatorio. Nelle società di calcio non c’è un atteggiamento di condanna netto. Anche da parte dei media c’è solo una presa di distanza d’ufficio, dopodiché si procede come se nulla fosse accaduto, fino alla prossima partita”.