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Diritto di critica | July 15, 2019

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Il lungo viaggio di nozze tra Gheddafi e l'Italia - Diritto di critica

Il lungo viaggio di nozze tra Gheddafi e l’Italia

Dopo Saddam Hussein, anche Muammar Gheddafi ci ha lasciato con una crudele violenza e la spettacolarizzazione della sua morte in televisione: ovunque nel mondo si guarda il corpo martoriato del rais. Nella maggior parte dei casi, un dittatore si sa, prima o poi scompare dalla scena. Il fatto curioso (ma non troppo) è che, in questi anni di dittatura, è stato un ottimo alleato dell’Italia e dell’Europa. Salvo poi venire “scaricato” quando non è servito più a nulla.

Un personaggio bizzarro e dai mille volti.  Per raccontarlo servirebbe un libro.  Qui riportiamo l’ultimo Gheddafi, quello dell’amicizia con l’Italia. Uno dei più grandi amici ed estimatori del Rais era il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Con lui e altri personaggi di potere, il Colonnello ha trascorso momenti di feste e banchetti. Poi, con un colpo di mano, il suo grandissimo amico gli ha voltato le spalle diventando un nemico.

Il Silvio nazionale, fino a qualche anno fa, ci regalava momenti magici insieme al circo del colonnello. Ogni volta che il Leader libico arrivava a Roma giganteggiava con i suoi programmi sfarzosi, nonostante la crisi che affliggeva la popolazione italiana. Per Muammar Gheddafi, nell’ultima apparizione a Roma, sono stati mobilitati quattro aerei, due arrivati allo scalo militare di Ciampino e ad altri due a Fiumicino. Fu accolto con la sua tenda beduina da 200 graziose ragazze reclutate dall’agenzia Hostessweb e i quotidiani non gli risparmiarono titoli da star (tanto che Diritto di Critica in merito pubblicò una violenta lettera di protesta). La fastosa tenda, la bizzarra auto bianca, le divise delle donne con assetto da guerra, i cavalli, tutto era preparato minuziosamente.

Dietro questa stupenda pagliacciata, il premier italiano forse sapeva già quello che voleva. Molto problabilmente era una strategia. Era disposto a tutto, anche a baciargli la mano. Sin dall’inizio della loro amicizia, i punti centrali degli incontri erano due: l’immigrazione cosidetta clandestina e le questioni prettamente economiche.

LA QUESTIONE “CLANDESTINI”

Il 21 luglio 2005 l’associazione Meltingpot scrisse: “sorgerà a Gharyan, nei pressi di Tripoli (in Libia) il primo Centro di permanenza temporanea realizzato dall’Italia fuori dal territorio nazionale per contrastare l’immigrazione clandestina.” La parlamentare Tana De Zulueta dichiarò, nello stesso anno, nonostante le iniziali smentite che “le uniche notizie di cui disponiamo riguardano il rapporto degli esperti della commissione europea risalente al novembre-dicembre dello scorso anno: un rapporto che criticava fortemente la linea degli accordi bilaterali Italia-Libia indifferenti a qualsiasi direttiva europea”. Spiegò in quell’intervista che “tra gli strumenti di contrasto all’immigrazione clandestina” c’era la realizzazione nel territorio libico di centri di permanenza temporanea, “al fine di evitare le partenze dei clandestini verso l’Italia”. Poi si è scoperto che il primo centro è stato costruito nel 2003, gli altri due, che si trovano nei pressi di Cufra ed a Sebha, sono stati previsti dalla finanziaria del 2004 – 2005.

Fino agli inizi dei tumulti in Libia, l’Italia ha respinto e usato qualsiasi mezzo per contrastare l’immigrazione giovandosi dell’amicizia libica. Molto importanti sono stati i finanziamenti concessi alle autorità libiche per costruire questi recinti per esseri umani. Il governo italiano sollecitava la costruzione di carceri per migranti lontano dal territorio nazionale. Così, il problema si spostava e si evitavano grane per il governo. Era un progetto studiato a tavolino.

La Libia diventò attraverso i finanziamenti, lo sbirro dell’Europa sulle coste mediterranee accollandosi il lavoro sporco che poteva creare problemi alla reputazione di un governo europeo. Così arrivarono dall’Italia nel territorio libico sacchi da morto, motovedette e altri materiali che servivano a contrastare l’immigrazione clandestina. Poi, è arrivata la guerra, sono saltati tutti gli schemi e l’invasione preannunciata di migranti non c’è mai stata.

Nei colloqui tra migranti e l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati (UNHCR) emergeva più volte l’uso della forza delle autorità alla corte di Gheddafi e dei militari italiani. Inoltre, gli stessi individui intervistati affermavano che i loro effetti personali, fra i quali documenti di vitale importanza per presentarsi alle frontiere, venivano confiscati e mai più riconsegnati.

Un anno più tardi, il 13 settembre del 2006, Pacereporter intitolò un suo articolo: “Italia-Libia, l’asse della vergogna” dove riprendeva un rapporto di Human Rights Watch (organizzazione con sede a New York) del 2006 sugli abusi dei migranti che subivano ogni giorno dalle autorità libiche. In quel rapporto si spiegò che le autorità italiane avevano rispedito da Lampedusa in Libia almeno 2.800 migranti senza dare loro la possibilità di richiedere asilo politico, come previsto dalla Convenzione Onu per i Rifugiati del 1951, lasciandoli ad uno stato che della convenzione non è neanche firmatario. Nel 2006 Human Rights Watch ha raccolto numerose testimonianze di immigrati che denunciavano maltrattamenti e abusi sessuali. Venivano torturati e rilasciati solo dietro pagamento: un commercio di uomini e prigionieri. A ciò si aggiungeva il sovraffollamento e le condizioni igieniche, definite terribili.

Nel maggio del 2008 il ministero degli Interni di Tripoli fece sapere di non voler più collaborare nella protezione delle coste italiane dall’ondata di immigrati illegali dall’Africa, “questo perché Roma e altri paesi dell’Unione europea non hanno messo in atto l’appoggio promesso”. Affermando che “La Libia è impegnata negli sforzi per respingere l’afflusso di immigrati illegali verso l’Italia, esaurendo le sue risorse materiali e spendendo una grande quantità di denaro per proteggere le coste italiane dall’ondata di immigrati clandestini. Adesso la Libia non sarà più responsabile della protezione delle coste italiane dagli immigrati illegali, poiché la parte italiana non ha rispettato l’impegno nel dare appoggio alla Libia”. Addirittura su “Repubblica” i libici dissero che “ci attendiamo un incremento quest’estate nel numero degli arrivi in Italia, via Libia, di immigrati clandestini provenienti dai paesi sub-sahariani, un fenomeno consueto in questo periodo dell’anno a causa delle migliori condizioni atmosferiche e del mare in genere più calmo”. Perché qualche settimana dopo i libici erano pronti e felici di “accogliere” i migranti nella loro terra?

RAGIONI ECONOMICHE DEL TRATTATO

Per arrivare alla soluzione dobbiamo tirare in ballo un Accordo di amicizia e cooperazione tra Berlusconi e Gheddafi. Questa collaborazione parlava di un sostegno di cinque miliardi di euro al governo libico per chiudere il contenzioso storico tra l’Italia e l’ex-colonia africana. ”L’accordo prevede lo stanziamento di 200 milioni di dollari all’anno per i prossimi 25 anni sotto forma di investimenti in progetti di infrastrutture in Libia”, confermava il Premier italiano al momento della firma. Erano previste anche costruzioni di abitazioni, creazione di borse di studio e pensioni per i mutilati vittime di mine anti-uomo piazzate dall’Italia durante il periodo coloniale.

A due anni dalla firma del Trattato di amicizia italo-libico, Gheddafi ritornava a Roma per celebrare i “successi storici” della collaborazione con l’amico Maroni. I trattati commerciali, i risarcimenti, commesse e gli accordi sul pattugliamento delle coste sono i punti principali.

Gheddafi a Roma faceva quel che voleva, non soltanto per garantire la detenzione di migranti, e non solo perché c’erano in ballo affari economici ghiotti come il petrolio o costruzioni di ferrovie, reti elettriche, metropolitane e un progetto autostradale. Non a caso fra gli ottocento invitati “nell’ultima cena” c’erano molti imprenditori italiani: tra loro il presidente della Fiat John Elkann, i banchieri Cesare Geronzi e Alessandro Profumo (da maggio 2011 fa parte del consiglio di amministrazione di Eni. Accusato pochi giorni fa di frode fiscale quando era amministratore delegato dell’Unicredit) , Paolo Scaroni (l’amministratore delegato dell’Eni) e tanti altri. La creme della creme dell’industria e delle aziende di punta dell’Italia. Adesso, però, tutto è finito. E la nuova partita è per il dopo-Gheddafi. Un punto di domanda.

Comments

  1. ERIKA1953

    BERLUSCONI L’AMICO CHE ABBANDONAVA IL SUO AMICO GHEDDAFI NEL MOMENTO DEL BISOGNO 
    CADE DAL SUO  GOVERNO ITALIANO, …
    ADESSO VEDIAMO COSA FARANNO DI MEGLIO I COMUNISTI IN FAVORE DEI GIOVANI

    • (Definire Monti comunista è un po’ come definire salato lo zucchero)