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Diritto di critica | November 24, 2017

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Inquinamento industriale, la mappa italiana della morte

Inquinamento industriale, la mappa italiana della morte

Malattie, inquinamento, mortalità sopra la media: è una mappa della morte quella tracciata dallo studio “Sentieri” – coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e pubblicato sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione – circa la situazione sanitaria in aree del nostro Paese particolarmente segnate da quel massiccio sviluppo industriale partito nel secondo dopoguerra e proseguito fino ai nostri giorni. I risultati, disponibili da martedì, tracciano una fotografia agghiacciante della salute delle popolazioni che vivono nei pressi dei grandi poli industriali italiani, come Porto Marghera, Gela o Porto Torres.

L’indagine – finanziata dal Ministero della Salute – ha analizzato le condizioni sanitarie in 44 siti sparsi su tutto il territorio nazionale e appartenenti ad un gruppo di 57 aree già identificate da decreti ministeriali dei decenni passati come “siti da bonificare”, i cosiddetti SIN (siti di interesse nazionale): aree nei pressi di raffinerie, inceneritori, discariche, impianti siderurgici e petrolchimici, porti, cave di amianto o miniere. Nello studio sono stati esaminati 298 comuni per un totale di 5,5 milioni di abitanti e i risultati sono drammaticamente chiari. Le statistiche relative agli anni 1995-2002 parlano infatti di un eccesso di mortalità rispetto alle medie regionali: in otto anni queste aree hanno registrato 3.508 decessi in più, cioè indicativamente 439 casi eccedenti annuali sulla media. Un numero che, tuttavia, rischia di essere al ribasso: lo studio ha infatti preso in considerazione soltanto malattie associabili «con un certo grado di certezza a cause ambientali in base alla letteratura scientifica consolidata» e ha escluso altre patologie che secondi studi più recenti potrebbero avere anche concause di tipo ambientale (disturbi neurologici, ma anche diabete o tumore al seno).

Tra i risultati della ricerca, si parla di 416 morti in più per tumore alla pleura nelle zone contaminate da amianto o vicine alle cave di estrazione del materiale, ma anche di decessi per insufficienza renale e malattie al sistema urinario riconducibili alle emissioni di metalli pesanti, composti alogenati e idrocarburi (ad esempio presso gli stabilimenti di Piombino o Massa Carrara). E ancora, è «pesante il bilancio sanitario vicino ai grandi impianti petrolchimici e siderurgici, come le raffinerie di Porto Torres e Gela,  le acciaierie di Taranto, le miniere del Sulcis-Iglesiente e la chimica di Porto Marghera, dove si registra l’aumento di mortalità per tumore al polmone e malattie respiratorie non tumorali». Lo stesso dicasi per i decessi legati alle malformazioni congenite associate all’inquinamento da metalli pesanti, in aumento. Una situazione che, tuttavia, non riguarda soltanto chi in questi impianti ha lavorato o continua a lavorare anche oggi: «per quasi tutte le malattie considerate, la mortalità ha riguardato sia gli uomini sia le donne e tutte le classi d’età – ha spiegato Roberta Pirastu della Sapienza di Roma, autrice dello studio “Sentieri”. Tutta la popolazione quindi è stata più o meno interessata dalla contaminazione diffusa».

«Lo studio fotografa la situazione sanitaria di una porzione rilevante del paese determinata dall’inquinamento industriale degli anni ’50-’70 – ha affermato il coordinatore Pietro Comba dell’Istituto Superiore di Sanità -. Un tributo pagato dalle popolazioni locali all’industrializzazione del Paese, che ha lasciato un segno pesante nella contaminazione dei suoli e delle falde, dei fiumi e nei tratti di mare antistanti le aree più critiche. I prossimi passi prevedono l’analisi in queste aree delle malattie e dei ricoveri per vedere se a una aumentata mortalità corrisponde anche, come è prevedibile, un maggior carico di malattie di natura ambientale, e quanto questa situazione perduri ancora oggi». I passi successivi allo studio “Sentieri” comprenderanno quindi l’analisi approfondita e il monitoraggio umano e ambientale della situazione, per poter colmare le lacune scientifiche al riguardo e individuare in modo puntuale non solo le sostanze dannose per la salute, ma anche le modalità con le quali esse arrivino a contaminare le persone: la speranza è di riuscire a pianificare piani efficaci di risanamento delle aree avvelenate. «La popolazione di queste aree, già penalizzata da condizioni socioeconomiche sotto la media, deve per giunta fare i conti con una maggiore concentrazione di attività inquinanti – conclude Francesco Forastiere del Dipartimento di Epidemologia della Regione Lazio -: loro pagano in prima persona con morti e malattie, mentre le bonifiche, in forte ritardo, le paga tutta la collettività e quasi mai i privati che hanno determinato queste situazioni».

  • Stefano

    “loro pagano in prima persona con morti e malattie, mentre le bonifiche,
    in forte ritardo, le paga tutta la collettività e quasi mai i privati
    che hanno determinato queste situazioni”.
    Direi che questo è il punto nodale…

  • Annalisa Eg

    e della zona di Milazzo non sene parlaproprio….come al solito