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Diritto di critica | November 24, 2020

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Meglio in carcere che morti di fame, la battaglia degli operai di Serbia - Diritto di critica

Meglio in carcere che morti di fame, la battaglia degli operai di Serbia

Quando arrivi alla povertà e non sai come mantenere la tua famiglia le provi tutte per cercare di sopravvivere. Nella Serbia post comunista, martoriata da guerre e conflitti etnici, l’economia tenta da anni di decollare, nel miraggio di un boom che non è mai arrivato. Ora, con la crisi mondiale e le speculazioni di banche e imprenditori, c’è chi invoca di essere arrestato per poter mettere insieme un pasto decente.

Nel sud del Paese balcanico, a Surdulica, oltre 120 operai hanno chiesto al ministro della Giustizia Malovic di finire in prigione con le proprie famiglie, a loro dire l’unico modo di andare avanti. I lavoratori, impiegati in una fabbrica meccanica che produce apparecchiature elettriche per le auto, sono stati licenziati in blocco; da 19 mesi erano in sciopero per protestare contro il mancato pagamento dei salari.

Pochi giorni fa hanno scritto una lettera, indirizzata anche al primo ministro Cvetkovic e al capo dello Stato Tadic: «Siamo stati mandati a casa con una decisione illegale – fa sapere ai media il loro leader, Dragan Djordjevic – poiché non siamo in grado di provvedere alle nostre famiglie chiediamo di andare in prigione con loro». Già pronta un’eventuale causa di arresto: «Potrebbero condannarci al carcere per impossibilità di garantire il mantenimento dei nostri figli – spiega – noi chiediamo che vengano emesse delle sentenze di condanna temporanee per un regime di detenzione non pesante, che ci consenta di continuare a lottare per avere i nostri stipendi».

In Serbia le condizioni di lavoro degli operai sono preoccupanti: secondo i sindacati, 50 mila di loro lavorano senza essere pagati, mentre altri 650 mila ricevono la paga in ritardo. Anche a causa della crisi il fenomeno è in aumento. L’Ispettorato del lavoro serbo denuncia che nell’industria attendono i salari arretrati quasi 20 mila lavoratori, e 100 mila svolgono le loro mansioni in cambio di uno stipendio insufficiente per vivere degnamente.

I Paesi balcanici sono regno incontrastato di manodopera a basso, bassissimo costo (180 euro di paga minima mensile); le industrie straniere, spinte anche dalle sovvenzioni dello Stato, fanno investimenti qui, ma trovano solo operai scontenti e pagati male, e non contribuiscono realmente alla crescita economica interna. È soprattutto la Serbia l’anello debole della catena: in Slovenia e Croazia, per esempio, gli stipendi minimi sono tre volte superiori. E spesso ad erogare paghe diverse da Paese a Paese è la stessa ditta.

La situazione fatica a cambiare perché c’è rassegnazione: «Gli operai in Serbia sono come degli schiavi – ha detto la presidente dei Sindacati Autonomi, Ranka Savić – che hanno perso la voglia di lottare. Sanno che le liste dei disoccupati sono lunghissime, con i miseri stipendi custodiscono il proprio posto di lavoro perché non ci sono possibilità di trovarne un altro».

Comments

  1. suspiria

    secondo me questa è la stessa fine che faremo in italia