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Diritto di critica | November 22, 2020

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La crisi nera del petrolio italiano - Diritto di critica

La crisi nera del petrolio italiano

Scritto per noi da Virgilio Bartolucci

La gaffe radiofonica del neo ministro dell’Ambiente Corrado Clini non è passata inosservata e ha fatto discutere non poco, dal momento che pochi mesi fa sul merito del nucleare si è espresso, per la seconda volta, il popolo. Una percentuale schiacciante che ha ribadito il no alle centrali.

Di energia si discute sempre troppo poco e quando lo si fa, la discussione resta confinata al parere di esperti che si indirizza agli addetti ai lavori, un pubblico di nicchia per un argomento che interessa tutti, nessuno escluso. Dalla benzina per l’auto, alla luce elettrica, al riscaldamento, l’energia ci permette di vivere sostenendo ogni ambito della nostra vita quotidiana. La messa in pratica di ogni scoperta, il  suo funzionamento, si fonda sulla possibilità di avere un’alimentazione nutrita ad energia. Appare impensabile, allora, escludere da quel complesso di avvenimenti e di ricadute sistemiche che chiamiamo “crisi” il discorso sulle fonti energetiche, alla base di qualsiasi modello economico di società post industriale avanzata.

Capire cosa bolle nella pentola, come è messo il nostro Paese e quali sono gli attori in campo e le questioni principali al centro della scena, diventa di importanza primaria. Conoscere i contrasti e le sfide – a volte le guerre – che animano un settore, secondario solo a sé stesso, come quello energetico, apre la porta ad una serie di risposte che vanno al di là dell’argomento e tracciano uno spaccato del nostro capitalismo e della sua sopravvivenza in Italia e all’estero.

Ad esempio, non si può comprendere come l’ultimo pronunciamento popolare non sia stato solo una vittoria “della gente”, ma anche e soprattutto di una parte del capitalismo energetico tradizionale sulle nuove prospettive pronte a schiudersi con l’avvio del nucleare.

Volendo dividere in due grandi sottogruppi il comun denominatore dell’energia, parliamo del petrolio per la produzione di tutti i suoi derivati e di fonti (tradizionali e rinnovabili) che si utilizzano per produrre energia elettrica.

Cominciamo dalla fonte energetica per eccellenza: il petrolio.

Oggi il settore petrolifero è in piena crisi. Probabilmente non è noto a tutti, ma l’Italia è stata fino a pochi anni fa il Paese che produceva la maggiore quantità di benzina-gasolio in Europa, forse al pari solo della Germania.

Non avendo accesso diretto all’estrazione del petrolio e sfruttando la posizione geografica strategica, il nostro paese si è specializzato nella sua raffinazione, fornendo un ottimo prodotto finito, esportato anche negli Stati Uniti. Sulla benzina italiana si sono costruite immense fortune, e, probabilmente, senza entrare in un discorso che ci porterebbe troppo lontano, anche un ottimo campionato di calcio (Moratti, Garrone, Sensi, Agnelli).

All’origine della crisi ci sono cause ben precise: la prima è il calo dei consumi dovuto al contesto economico generale. Inoltre, nel Medio e Lontano Oriente si stanno costruendo raffinerie che lavorando con un costo del lavoro molto più basso, tutele sindacali pressoché inesistenti e nessun limite ambientale su emissioni e inquinamento, hanno avuto un notevole vantaggio competitivo rispetto agli impianti europei – oltre ad avere una domanda locale molto più forte, e in crescita.

E così le raffinerie italiane non navigano in buone acque. Il primo a chiudere è stato l’impianto Tamoil di Cremona, trasformato in deposito, mentre la raffineria di Porto Marghera (Eni) è attualmente ferma (per sei mesi), con i lavoratori in cassa integrazione. Le raffinerie di Roma-Pantano (TotalErg) e Livorno (Eni) erano state messe in vendita un paio di anni fa, ma non hanno trovato acquirenti. Un problema occupazionale non trascurabile in termini numerici, soprattutto, sommando ai dipendenti diretti i lavoratori dell’indotto.

Altro importante elemento di crisi è dovuto al fatto che l’utilizzo dell’olio combustibile per la produzione di elettricità è ormai ridotto al lumicino. Proprio sul versante della produzione elettrica lo Stato nel tempo ha cercato di venire incontro ai petrolieri. Lo ha fatto all’inizio degli anni ’90, mentre le rinnovabili erano ancora in una fase di sviluppo embrionale.

È stato istituito il Cip 6, una sorta di contributo per la produzione di energia elettrica con “fonti assimilate alle rinnovabili”, in una parola utilizzando il Tar, ovvero il residuo della raffinazione del petrolio, in modo da coniugare la produzione di energia allo smaltimento del catrame.

L’istituzione del Cip6 aveva anche altri due motivi alle spalle. Dopo l’uscita dal nucleare, l’Italia si era ritrovata con un deficit di produzione elettrica dovuta alla fermata delle centrali atomiche, e il monopolista Enel non era in grado di far fronte all’aumento della domanda elettrica. Il sistema nazionalizzato, inoltre, richiedeva un intervento ad hoc per far entrare velocemente i privati nel business della produzione di elettricità. Da qui il Cip6.

Le convenzioni Cip6 si stanno esaurendo, gli incentivi andranno in scadenza e entro il 2016 dovrebbero cessare del tutto, complicando non poco le cose. Un altro elemento che probabilmente grava sui bilanci delle compagnie petrolifere.

Che cosa abbiamo da perdere dallo smantellamento dell’industria petrolifera nazionale? Sicuramente un asset industriale e di competenze che ha pochi rivali al mondo, ma anche la sicurezza degli approvvigionamenti di prodotti raffinati. Se chiudiamo le raffinerie, per soddisfare la domanda interna di benzina e gasolio dovremo ricorrere alle importazioni di prodotti raffinati. Prodotti che fino a ieri facevamo “in casa”. Questo pesa sulla bilancia commerciale e ha riflessi sulla sicurezza energetica: non sempre i paesi da cui provengono i prodotti energetici offrono solide garanzie, in tutti i sensi.

E forse anche il nostro campionato di calcio ne risentirà…