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Diritto di critica | May 26, 2020

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I LiberalPd chiedono le dimissioni di Fassina, ma Ichino li disconosce. E Bersani pure - Diritto di critica

I LiberalPd chiedono le dimissioni di Fassina, ma Ichino li disconosce. E Bersani pure

«Le indicazioni per la crescita riproposte dal Commissario europeo Rehn sono deprimenti sul piano intellettuale ed economico». La risposta di Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, alle ricette dell’Unione europea è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso dei LiberalPd, fronda liberale del partito. “Un passo indietro per potersi esprimere liberamente” è ciò che chiede il gruppo capeggiato dal senatore Enzo Bianco tramite fax (sic!) e un comunicato sul loro sito. Ma i due citati nella lettera indirizzata a Fassina, ovvero Bersani e Ichino, prendono le distanze dalla richiesta di dimissioni.

Le parole di Fassina nel corso dei mesi contro BCE e Bankitalia minerebbero, secondo i Liberal, il senso di responsabilità espresso dal segretario nazionale. Eppure proprio Bersani bolla l’iniziativa come «senza senso»: «Il Pd ha idee chiare sull’economia e ha una linea certificata. La linea è quella. Punto. Fassina si rifà a quella».  “Bollare come liberiste posizioni ‘liberal’ come quella del senatore Ichino – continua sempre la lettera – non è compatibile col suo ruolo”. Invece lo stesso Ichino, accreditato all’inizio come cofirmatario, precisa di non aver mai sottoscritto la missiva, pur sottolineando le sue differenze con l’ex Ds. I ddl di riforma del diritto del lavoro presentati nel 2009 dal giuslavorista nel mirino delle Br, tra l’altro, sono stati presentati con le firme di altri 55 senatori, ma mancano due dei Liberal che chiedono oggi la testa di Fassina (De Sena e Barzini). Tanti altri big in maniera trasversale, da Marini a Damiano, da Pollastrini a Fioroni (pur con distinguo) si sono smarcati dai Liberal. Il diretto interessato, con caustico garbo, ha promesso agli “amici” a Natale «un abbonamento al Financial Times, per leggere il dibattito internazionale di politica economica e ritrovare le posizioni, aggiornate e non ideologiche, della cultura liberale».

Le posizioni anti BCE, Banca d’Italia e Fiat di Marchionne del responsabile economico gli hanno attirato diverse inimicizie nel partito, così come la sua forte (e forse esclusiva dal punto di vista sindacale) vicinanza a Cgil e Fiom. Proprio qualche giorno fa aveva annusato il malcontento intorno a sé, arrivando a chiedere ai dissidenti di avanzare la richiesta del suo allontanamento in caso di dubbi. Detto, fatto insomma.

La questione è chiara, all’interno del Pd: alla caduta di Berlusconi e avvento di Monti si è ricominciato a parlare di  politica e le distanze tra le varie anime si è maggiormente accentuata, specie nell’analisi delle proposte anti-crisi avanzate dall’Europa. I nodi cruciali della discussione sono legati a contrattazione separata per le aziende rispetto agli accordi collettivi, flexsecurity spregiudicata, sostegno ai lavoratori in uscita con contratto di ricollocazione per i licenziati, più flessibilità ma pure contratto unico a tempo indeterminato, con assenza pressoché totale di tutele nei primi mesi di assunzione per i filo-Ichino; inderogabilità del contratto collettivo, contratto di lavoro tendenzialmente unico col potenziamento dell’apprendistato a garanzie crescenti e limitazione di tempo determinato per stagionali o picchi produttivi, riforma del welfare e intoccabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per Fassina e compagnia. Di fatto, con la scelta di un’area a scapito dell’altra, il Pd si gioca il sostegno della Cgil, in rotta con Ichino e il suo progetto e inamovibile sulle storiche conquiste dei lavoratori. Per stessa ammissione del giuslavorista e senatore del Pd, “con la nuova segreteria le nostre proposte sono state accantonate”.

Per ora è poco più che accademia. I veri problemi sorgeranno quando bisognerà governare il Paese, in caso di vittoria alle elezioni. E ancor prima che tipo di contributo il Pd darà al Governo Monti in caso di proposte di legge in linea con le richieste di Strasburgo. In quel caso la maggioranza a sostegno del professore sarebbe a rischio? Quale processo lavorativo favorire in quei casi? La vita del Bersani non dev’essere facile per niente.