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Diritto di critica | October 26, 2020

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Servizio pubblico, Santoro e la rivoluzione a metà - Diritto di critica

Servizio pubblico, Santoro e la rivoluzione a metà

La penombra di uno studio di Cinecittà. Un pubblico composto, spalmato sulle gradinate che abbracciano il palco, senza invaderlo. Una scenografia da cantiere, forse per vicinanza all’Italia che lavora davvero, forse metafora di un paese da ricostruire o forse simbolo di un esperimento pronto a ridefinire le fondamenta della televisione made in Italy. “Questa è la nostra piccola rivoluzione” sono le parole con cui Michele Santoro ha presentato agli utenti/spettatori la sua creatura. A quattro settimane di distanza, “Servizio Pubblico” continua la sua crociata. Ci sono le vignette di Vauro e anche gli editoriali di Travaglio. Manca lo storico tavolo centrale: ma questo, si sa, non è certo Annozero.

Prima la cacciata di Mamma Rai, poi la porta sbattuta in faccia da La7: la scelta è stata obbligata. Così, tentando di replicare il successo raggiunto con “Rai per una notte” nel marzo del 2010, Santoro ha chiamato a raccolta i suoi fedelissimi, chiedendo soldi e promettendo informazione vera. Il risultato è una trasmissione trasmessa su web, satellite e su 17 emittenti locali. L’esordio ha registrato 3.600.000 contatti alla diretta streaming. 2.383.000 sono stati gli spettatori dell’emittenza locale, mentre sul satellite SkyTg 24 ha raccolto 600.000 sintonizzazioni. La scommessa è stata vinta.

Questo è il servizio pubblico che voi avete voluto”: Santoro l’ha ribadito ieri sera, nel corso della quarta puntata. La sola idea che possa esistere un servizio pubblico alternativo, diverso dalla Rai, è già di per sé una rivoluzione. “Noi vi abbiamo dato un potere molto superiore a quello del telecomando”. Un potere che non si ferma alla scelta di cosa guardare e cosa no, ma che va oltre e arriva fino alla decisione di dirottare le proprie risorse economiche per la tv che si vorrebbe avere. In gergo lo chiamano crowdfunding, una raccolta di donazioni spontanee che nel caso di Santoro ricorda le esperienze americane di giornalismo politico finanziato dal web. Un milione di euro la cifra raccolta dalla trasmissione. Il resto è pubblicità: di fronte a una elevata capacità di penetrazione, gli inserzionisti investono e investiranno.

La penetrazione appunto. Il programma ha raggiunto una platea di dimensioni televisive, utilizzando canali alternativi. L’emittenza locale ha totalizzato ascolti record. Gli spettatori hanno dato un segnale forte: di fronte alla possibilità di scelta, essi migrano. Una migrazione inevitabile, risultato di un malcontento generale per un servizio che pubblico non sa più esserlo, per una televisione fatta nell’interesse di chi produce e non di chi fruisce.

Ma sussiste una tanto diffusa quanto perversa idea in questo paese: quella secondo cui Internet è, per definizione, sinonimo di rivoluzione. Eppure non basta andare on line per considerarsi “rivoluzionari”. La rete ha i suoi linguaggi e le sue regole, esattamente come la televisione.

Se è vero che gran parte del target del programma di Santoro è composto da collaudati internauti, è anche vero che questo genere di pubblico è per sua stessa natura abituato ad interagire con il contenuto proposto. E se i sondaggi Facebook diventano l’unica modalità di interazione possibile, la rivoluzione perde un po’ di credibilità. In fin dei conti guardare Annozero il giovedì sera significava già commentarlo in diretta, aggiornare i profili, condividere suggestioni in una logica social che sempre di più appartiene anche alla tv. Niente di nuovo quindi. Il format è già visto, i contenuti tutt’altro che innovativi. I tempi e i modi sono quelli di generalista memoria. Ma siamo sul web e questa è comunque una rivoluzione. Solo quattro i portali che irradiano il programma: uno costruito ad hoc per l’iniziativa e gli altri sono le grandi testate dell’informazione on line (Corriere.it, Repubblica.it e Il Fatto Quotidiano.it). Esclusi tutti i siti di informazione locale, quelli che la rete hanno iniziato a farla molto prima di Santoro e con molti meno mezzi a disposizione.

L’ incapacità d’innovazione dimostrata dalla scelta del format, ricorda vecchi linguaggi, lontani da quel brand audiovisivo multischermo che è “Servizio pubblico”. La nuova tv è sperimentazione, interazione, partecipazione. La vera rivoluzione è la scelta del mezzo. La vera rivoluzione è la risposta del pubblico. Ma solo quando il messaggio sarà all’altezza del cambiamento, allora la rivoluzione potrà dirsi vera, a tutti gli effetti.

Comments

  1. Riccardo Micco

    Vedendo Santoro ieri e ho provato realmente disgusto nel realizzare che razza di arma di distrazione di massa è.

    Poco tempo e spazio qui per descrivere la manipolazione di cui è artefice, solo un paio di cose:

    Come sempre si è centrato il discorso sul pollaio corruttivo italiano
    glissando bellamente sull’enorme corruzione dell’intera fattoria, quella
    della commissione europea, quella delle banche d’affari, delle
    multinazionali, dell’amorale mondo calvinista-luterano nordeuropeo.

    Si parlava di Finmeccanica facendo finta di non sapere che farà parte
    del piano di svendita di ciò che rimane del patrimonio pubblico, ad
    esempio neanche una menzione all’azzeramento della regola della golden
    share imposta dalla UE che aprirà le porte ai cannibali d’oltralpe, la
    cui corruzione e l’intreccio affari-politica è ben altro in confronto a
    quella meschina e bizantina descritta ieri.

    Travaglio: tanto accanimento (giusto, per carità) verso gli esecrabili
    personaggi del piccolo porcile italiano, mai una parola o un servizio
    sugli abnormi conflitti di interesse e gli intrecci politico-affaristici
    nelle istituzioni della UE, ad esempio la Commissione Europea. Mai un
    servizio sull’orrenda corruzione che travolse la Commissione Santer, di
    cui Monti e Bonino facevano parte e ai quali è stato contestato non un
    coinvolgimento diretto ma una complice omertà (tutti sapevano, anche gli
    uscieri). Ricordo che l’accusa, provata, era quella di stornare
    milioni dai fondi destinati ad aiuti alimentari in Africa, roba
    disgustosa, al confronto Guarguaglini e soci sembrano bambini che rubano
    la marmellata.

    Maschilismo imperante, salta agli occhi a me che vivo in Spagna (in
    Spagna non in Svezia). Tutti uomini che parlavano. Le donne se ci sono
    eventualmente sono madri coraggio o poverette che perdono il lavoro o
    giornaliste giovani, belle, rampantine. So per certo che una delle menti
    dei programmi in RAI è una donna intelligente ed in gamba che non
    vedete mai. E’ cicciottella e per i parametri tv non presentabile.
    Vogliamo parlare anche di questo?

  2. Kiara63

    Non capisco queste critiche unilaterali. Santoro ha già dimostrato di essere una voce attendibile che, come la goccia cinese, ha scavato nella roccia. Per fortuna ci siamo liberati, così almeno spero e per sempre, di una classe politica obsoleta e dannosa.  Aspettiamo per vedere se le prossime trasmissioni saranno di vostro gradimento!

  3. Dede

    a me e’ sembrata un ottima trasmissione.

  4. Veronica Fermani

    Ci tengo a sottolineare che si tratta di un analisi relativa esclusivamente alle innovazioni che questa trasmissione apporta al settore televisivo. Non si parla di qualità dell’informazione o di attendibilità dei contenuti, ma di format, di risorse e di coinvolgimento delle piattaforme e del pubblico. La mia valutazione è solo televisiva.

    • Aldo S. da Cagliari

      La mia valutazione è invece sui contenuti (concordo comunque su quella televisiva): ho dato i 10 euro e mi sono fatto povere illusioni…stasera 4^ puntata ci saranno Brunetta e Cofferati!! Ma così ho finanziato una sorta di Super Ballarò…meglio l’Infedele di Gad Lerner. In una trasmissione “senza padroni” voglio vedere e sentire – almeno qualche volta – degli outsider, gente autentica della società civile, non importa se di destra, sinistra, anarchici, buddisti, aborigeni australiani, Luttazzi, Chiesa, Toni Negri, Casa Pound…sto andando agli estremi per farmi capire. Ancora 2 o 3 puntate così e torno a Rai Storia con le solite rimasticate rievocazioni della seconda guerra, di Hitler e del Duce. Saluti.