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Diritto di critica | August 15, 2020

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Se a fare impresa sono gli stranieri. Che assumono gli italiani - Diritto di critica

Se a fare impresa sono gli stranieri. Che assumono gli italiani

Crisi, disoccupazione, precariato: eppure a far lavorare gli italiani spesso sono i piccoli imprenditori stranieri. In barba ai luoghi comuni del «ci portano via il lavoro». A rivelarlo è l’indagine del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) dal titolo “Il profilo nazionale degli immigrati imprenditori in Italia” presentata ieri a Roma, che ha inteso tracciare un identikit dell’imprenditore immigrato medio nel nostro Paese. La ricerca è stata portata avanti dall’Organismo nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli stranieri, in collaborazione con il Dipartimento di studi sociali e politici, e si è basata su un sondaggio svolto tra 200 lavoratori autonomi immigrati di diversa provenienza.

La fotografia dell’imprenditore immigrato “tipo” che emerge dall’indagine mostra un uomo giovane, attorno ai 40 anni, con più figli rispetto al collega italiano ed una formazione scolastica buona, generalmente maturata nel paese d’origine, dove le cattive condizioni economiche lo hanno però spinto all’emigrazione attorno ai 25 anni. Il lavoro autonomo diventa dunque per l’immigrato non solo uno strumento di autonomia ma anche di riscatto sociale (più che economico) ed indipendenza: la reputazione è così un elemento fondamentale per il successo dell’attività e l’imprenditore straniero preferisce puntare – al pari dell’italiano – sulla qualità del prodotto piuttosto che sull’abbassamento dei prezzi.  Nel nostro Paese, rispetto al resto dell’Europa, da questo punto di vista si riesce a trovare più spazio, non solo per la maggiore diffusione della piccola e piccolissima impresa ma anche a causa dell’immobilismo dell’impresa italiana, dove il mancato ricambio generazionale rende la gestione pesante, i tempi di lavoro più lunghi e i guadagni più modesti.

Secondo i dati raccolti, emerge anche una curiosità: il titolare straniero – solitamente a capo di un’azienda con all’incirca 5 dipendenti – assume in prevalenza italiani (il 22,2% degli intervistati ha dichiarato di propendere per personale autoctono) e considera il rapporto con gli italiani più importante rispetto alle relazioni con i connazionali e la madrepatria. Sono soprattutto italiani anche i clienti, i fornitori e i consulenti – fiscali, contabili e in materia di sicurezza e igiene – ai quali si rivolge per mandare avanti la sua azienda.

Realtà piccole, dunque, ma ben integrate nel tessuto socio-economico nel quale sono inserite (la percentuale più alta di imprese straniere – 27,16% sul totale – si registra in provincia di Prato),   tant’è che secondo quanto emerge dallo studio la maggior parte degli immigrati imprenditori (67%) si è messa in proprio autofinanziandosi dopo un lungo periodo di lavoro da dipendente nel nostro Paese: come Raphael, originario del Ghana e attualmente residente in un paese della bergamasca, che anni fa è riuscito ad avviare un’impresa di pulizie autonoma e al momento dà lavoro sul territorio ad una decina di persone, tra cui diversi italiani. Secondo i dati dell’indagine, il 77% degli imprenditori stranieri ha costruito la propria azienda da zero, il 21% l’ha rilevata da altri e il 2% l’ha ereditata.

«Il governo di responsabilità nazionale – ha affermato Giorgio Alessandrini, presidente dell’Onc Cnel – apre un orizzonte nuovo alle politiche dell’immigrazione in Italia. Il nuovo ministero di Cooperazione e Integrazione prospetta un cambiamento politico radicale, che salda, a vantaggio dei Paesi di origine e di accoglienza, cooperazione internazionale per lo sviluppo – in termini di relazioni economiche, sociali e istituzionali- e politiche immigratorie da riconsiderare, integrandole fin dai Paesi di provenienza, in tutti i loro aspetti». Tra le richieste più diffuse da parte dei piccoli imprenditori stranieri nel nostro Paese, infatti, ci sono il diritto di voto e la possibilità di usufruire della pensione se dovessero tornare a vivere nel proprio paese d’origine.