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Diritto di critica | October 16, 2019

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A Durban la scommessa più difficile per salvare il nostro pianeta - Diritto di critica

A Durban la scommessa più difficile per salvare il nostro pianeta


Dodici giorni per salvare il nostro pianeta. O almeno, per cominciare a voler concretamente limitare i danni.

Dopo il fallimento sostanziale dell’incontro di Copenaghen, nel 2009, i Paesi dell’Onu sono riuniti fino al 9 dicembre a Durban, in Sudafrica, per il vertice mondiale sul cambiamento climatico, nell’ambito della diciassettesima Conferenza delle parti (Cop 17). Un cambiamento che porterà inevitabilmente all’aumento del riscaldamento globale di almeno 2 gradi nei prossimi decenni. Cifra che gli scienziati ritengono raddoppierà se non si interverrà in tempi brevi. Come una pallina su un piano inclinato, infatti, la Terra sta scivolando verso un disastro che i suoi abitanti possono ormai solo tamponare, scongiurando il peggio.

In Sudafrica sono presenti rappresentanti di circa duecento Paesi, e anche le principali Organizzazioni non governative che si occupano del tema.

Diversi i nodi cruciali da sciogliere, sperando che non sia un altro tentativo vano, anche perché non c’è più tempo.

Innanzitutto si decideranno le sorti del Protocollo di Kyoto, l’accordo (in vigore dal 2005) sul limite delle emissioni di gas inquinanti da parte delle maggiori potenze economiche, che andrebbe rinnovato nel 2012. Dopo l’adesione della Russia nel 2007, spicca ancora un dato allarmante: i Paesi che non hanno firmato il trattato sono responsabili del 40% dell’emissione mondiale di gas serra. Tra questi, gli Stati Uniti immettono nell’atmosfera oltre il 35% delle sostanze tossiche dell’intero pianeta. Facile rendersene conto se si considera che il solo stato del New England produce tanto biossido di carbonio quanto un Paese europeo industrializzato come la Germania. Il gruppo di Paesi che sostengono il Protocollo si sta riducendo inesorabilmente, con Canada, Russia e Giappone che hanno annunciato la loro uscita.

E ancora tra le sfide da affrontare c’è il Fondo verde per il clima, il cui funzionamento dovrebbe essere assicurato da un contributo di 100 miliardi di dollari da qui al 2020; la lotta contro la deforestazione, il trasferimento di investimenti e tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo. I giganti Cina e India, per esempio, nonostante l’alta quantità di gas serra prodotti, stanno diventando leader anche nella produzione di energia eolica e solare. Se la svolta “green” coinvolgesse a pieno regime ogni continente, il limite di due gradi dell’innalzamento della temperatura terrestre (oltre i quali si avrebbero effetti catastrofici) sarebbe a portata di mano.

Ma a Durban la scommessa più difficile da vincere è quella della diplomazia, dell’accordo e del comune intento, anche perché se l’Unione Europea preme per una risoluzione in tempi brevissimi, Cina e Stati Uniti fanno orecchie da mercante e vorrebbero rimandare ogni decisione al 2015.

Gli esperti hanno lanciato l’ennesimo allarme: secondo l’agenzia ambientale dell’Onu (l’Unep) i gas inquinanti sono stati a livelli record per tutto il 2010, e i rappresentanti dell’Unione Europea avvertono che potrebbero aumentare gli eventi meteorologici estremi, senza contare che il surriscaldamento della Terra causerebbe estati sempre più roventi: «Se usciremo di qui senza un accordo concreto – avvisa Artur Runge-Metzger, negoziatore sul clima per conto della Ue – la gente perderà la fiducia in questo circo ambulante».

Diretta anche Kelly Dent, portavoce della Ong Oxfam: «Dal Corno d’Africa al Sudest asiatico, dalla Russia all’Afghanistan, un anno di inondazioni, siccità e caldo estremo ha contribuito a diffondere carestie e indigenza – spiega – e lo scenario può solo peggiorare a causa dei cambiamenti climatici che si intensificano. I governi riuniti a Durban devono agire ora per salvaguardare le scorte di cibo ed evitare che milioni di persone finiscano per soffrire di fame e povertà».