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Diritto di critica | October 19, 2019

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Donne di cosca, l'altra metà del cielo della 'Ndrangheta - Diritto di critica

Donne di cosca, l’altra metà del cielo della ‘Ndrangheta

Anelli fondamentali e complici consapevoli: l’immagine delle donne di ‘ndrangheta che hanno gli italiani è quella di persone fredde, tutte d’un pezzo,  indurite dalla violenza con cui convivono e della quale diventano testimoni attive. Insomma, vere e proprie parti integranti del mondo criminale delle cosche. A rivelarlo sono i dati presentati ieri mattina a Reggio Calabria nel corso del convegno “L’altra metà della ‘ndrangheta: le donne, le cosche, il potere” promosso dalla Fondazione Marisa Bellisario.

L’INDAGINE. L’indagine è stata svolta da Euromedia Research su un campione di mille italiani, circa il modo con cui vedono la ‘ndrangheta e il ruolo delle donne nell’organizzazione criminale calabrese. Ne emerge un’immagine che identifica le donne di cosca con le mogli dei boss arrestati che inveiscono contro le forze dell’ordine: donne che difendono l’onore della propria famiglia e che in essa ricoprono un ruolo attivo, tanto come risorse operative e forza-lavoro qualificata, quanto come strumento per sostenere i valori del gruppo. Tra le attività che secondo il campione vedono le donne come assolute protagoniste, l’83% degli intervistati ha indicato quelle collegate alla gestione e all’amministrazione del denaro. «Non si può generalizzare il pensiero degli italiani sulla ‘ndrangheta e sul ruolo delle donne, l’altra metà del cielo della ‘ndrangheta. – ha commentato Alessandra Ghisleri, amministratore delegato di Euromedia Research, durante la presentazione dei dati raccolti – Si può dire però che al Nord e al Centro pensano che le donne possano scegliere, credono in una condizione libera della donna che può essere artefice del proprio destino. Al Sud invece gli uomini vedono le donne relegate in un ruolo marginale, pur conoscendo e prendendo coscienza dell’importanza che loro stesse tessono nell’organizzazione ‘ndranghetista».

Non anello debole, dunque, ma parte integrante del meccanismo di potere del sistema criminale: secondo il 35,8% degli intervistati la donna diventa parte della struttura delle cosche non per scelta personale ma per i condizionamenti del contesto di illegalità in cui vive e cresce. Tra i meridionali, solo il 4,2% ritiene infatti che l’appartenenza ad una cosca sia il frutto della esclusiva volontà femminile. Una tesi confermata anche da Ghisleri: «le donne sono anelli fondamentali nella grande azienda del reato: crescono grazie ai legami della famiglia e al legame col territorio».

ARTEFICI E VITTIME. Tuttavia, nella percezione comune circa le donne di ‘ndrangheta, secondo le autorità che seguono e combattono quotidianamente il mondo della criminalità organizzata manca una componente fondamentale: quella che veda nelle donne di cosca le portatrici di reazioni diverse, non solo legate al contesto violento. «Le indagini servono a fare processi e a scrivere sentenze – ha affermato il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, intervenuto al convegno -, ma sono anche utili per conoscere l’evoluzione e le dinamiche interne alla mafia. Le donne di mafia sono portatrici di drammi e di dolori fortissimi, non solo di reati». Se da un lato il procuratore porta l’esempio di una donna di Seminara «che chiama a raccolta i propri figli residenti al Nord per rientrare in paese dopo avere assistito al tentativo di omicidio del marito, minacciando di escluderli per sempre dall’albero familiare» o della donna che salutò il boss Giovanni Tegano appena arrestato gridando «uomo di pace!», dall’altro ci sono anche vicende come quella di Maria Concetta Cacciola di Rosarno e Santina Buccafusca del vibonese, «che si sono suicidate dopo aver iniziato a collaborare con la magistratura perché desideravano poter vivere liberamente con i figli dopo gli arresti dei mariti».

httpv://www.youtube.com/watch?v=1fLs14nzID0

LA RISPOSTA DELLE ISTITUZIONI. Secondo gli ultimi dati dell’amministrazione penitenziaria, le detenute donne di alta sicurezza sono in tutto 222 in Italia, di cui 132 nate in Campania, 23 in Calabria, 18 in Puglia e 18 in Sicilia: nessuna calabrese è in regime di carcere duro e una sola collaboratrice di giustizia è richiusa nel carcere di Taviano. Stefano Mieli, direttore centrale per la vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d’Italia, durante il convegno ha posto l’attenzione in particolare sul ruolo che le donne svolgono nelle operazioni finanziarie illecite, nelle quali sono spesso utilizzate come prestanome.

 «Chi sta nelle istituzioni si sforza, giorno dopo giorno, di costruire percorsi di legalità, lavorando con forte impegno comune e rafforzando così l’azione delle istituzioni stesse. – ha commentato il presidente della Regione Giuseppe Scopelliti – I giovani dimostrano di avere forte capacità di analisi e discernimento ed ecco perché è necessario il loro coinvolgimento per ridare nuovo slancio e dignità alla società calabrese, i cui sforzi non sono sempre tenuti nella dovuta considerazione dal sistema nazionale dell’informazione». Tant’è che, quanto a speranza di un cambiamento, c’è un notevole divario tra Nord e Sud Italia: se al Nord il 43,7% degli intervistati non vede nelle nuove generazioni di donne di cosca una propensione alla collaborazione con la giustizia, il 41,8% dei meridionali identifica invece nella nuova generazione di donne e nella loro maggiore consapevolezza la speranza di sconfiggere la ‘ndrangheta.

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