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Diritto di critica | November 17, 2019

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Finmeccanica, un gigante dai piedi d'argilla - Diritto di critica

Finmeccanica, un gigante dai piedi d’argilla

di Virgilio Bartolucci

Con il cda di domani, Finmeccanica si appresta ad entrare in una nuova era, non senza timori e con diversi punti interrogativi. Il colosso italiano della tecnologia opera a livello mondiale in sistemi di difesa, aero-spazio, trasporto, energia, elettronica, e gestione immobiliare. È controllata dal ministero del Tesoro al 30,2%, ma ha tra i suoi azionisti la grande finanza globale, banche e fondi, dietro cui spesso operano altri governi.

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La cassaforte pubblica, che dalle indagini sembra configurarsi sempre più come la cassaforte della partitocrazia, o, per meglio dire, il suo “bancomat”, rappresenta uno degli ultimi pezzi pregiati dell’argenteria statale. O, per lo meno, così era fino a un anno fa.

Nel 2010, la galassia di aziende e società controllate da Finmeccanica ha prodotto utili per quasi 19 miliardi, per l’esattezza 18,7 miliardi di euro. Finmeccanica, per fare acquisizioni, ha accumulato un debito superiore a 3 miliardi, a fronte di un patrimonio di 7 miliardi e passa e con 22 miliardi di ordini acquisiti solo nel 2010 e con 48 miliardi di ordini in portafoglio a fine periodo. Una situazione definita dagli esperti come sostenibile.

Almeno fino a quando le inchieste non hanno incontrato la crisi e, ancor più, il declassamento dell’Italia operato dalle agenzie di rating. Secondo i dati approvati nell’ultimo cda del 14 novembre – al quale il presidente non ha partecipato per gli attriti avuti con l’ad in merito alla fusione delle aziende controllate Selex, di cui è ad sua moglie Marina Grossi -, il gruppo ha dichiarato 358 milioni di perdita netta, consolidata nei primi nove mesi dell’anno e 767 milioni di perdita netta rettificata, dovuti in gran parte al contenzioso con la Boeing. La Borsa dall`inizio dell`anno è stata impietosa, le quotazioni del gruppo sono scese del 64%, si tratta – afferma Il Sole 24 ore – dell`andamento peggiore al mondo nel settore.

E le previsioni non lasciano sperare nulla di buono. Il lunedì che precede il cda, si apre con Finmeccanica, peggior titolo del FTSE Mib, con una discesa di 2,67 punti percentuali, a 2,92 euro per azione. Un tracollo mitigato grazie al contratto del valore di 1.334 milioni di dollari, stretto dalle controllate Ansaldo STS e AnsaldoBreda, per la Metro Driverless della città di Honolulu, che ha portato mercoledì pomeriggio il titolo a salire del +0,80% , a 3,016 euro per azione.

Nell’ultima settimana, comunque, le azioni della compagnia avevano ceduto oltre sei punti percentuali. Al di là di scandali, inchieste e rischio default, si tratta di numeri drammatici.

Basti pensare, ad esempio, che nel 2006, il gruppo aveva minori ricavi: 12 miliardi, ma anche un risultato netto di 1 miliardo contro i 557 milioni di oggi. E se il patrimonio – di 5,3 miliardi – era inferiore, il debito di 800 milioni, sembra irrisorio se confrontato con l’attuale. Il gruppo Finmeccanica, in grado di battersi sui mercati di mezzo mondo, è in crisi nera, mentre già si sente l’ululare dei lupi della speculazione che fiutano l’odore della bestia ferita.

Investimenti e problemi interni

A pesare sulle casse della holding, che conta più di 70 mila lavoratori sparsi in diverse parti del mondo, non sono solo i fatti di cronaca e la crisi, ma anche una serie di investimenti figli di una politica industriale fuori controllo.

Ha fatto molto discutere l’acquisto di una controllata americana, la Drs tech, azienda attiva nell’elettronica. Pagata 4 miliardi di euro, con un premio del 32% sulle quotazioni di borsa (come ricorda l’articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera). La Drs ha una succosa particolarità: alcune delle sue ramificazioni rispondono ai servizi segreti statunitensi, un paradosso per cui i soci di maggioranza, non solo non contano nulla, ma si devono alzare e uscire dalla porta quando si discutono questioni che sono vincolate al segreto.

Nel 2008, a chiudere ”il vantaggioso affare” – da cui l’ad Orsi vorrebbe adesso recedere -, è il consulente esterno di Finmeccanica, Lorenzo Cola, che per la sua mediazione ha guadagnato qualcosa come undici milioni di euro. Forse, anche per aver avuto il compito di presentare il presidente Guarguaglini nientemeno che al capo della Cia, come ha raccontato Gianni Dragoni, nel corso dell’ultima puntata di Servizio Pubblico, il programma di Santoro.

Come se non bastasse arriva la guerra in Libia, che mette fuorigioco Gheddafi ( tra i soci maggiori in Finmeccanica ci sono i libici) e blocca un miliardo di euro di commesse: tra sensori, elicotteri per la protezione civile e treni. Mentre le rivolte nel nord Africa e in Medio Oriente congelano altri accordi. A ciò va aggiunto il gelo diplomatico registrato col Brasile in seguito al caso della mancata estradizione del terrorista rosso Cesare Battisti, che ha portato allo stop di diversi contratti importanti. Ma non solo. Alcune delle aziende della galassia Finmeccanica versano in gravi difficoltà.

L`ad Orsi ha presentato un piano di ristrutturazione con effetti pesantissimi: cessione di asset per circa un miliardo di euro. Un vero ridimensionamento per il gruppo, che ha nei trasporti, il settore più a rischio.

L’Ansaldo Breda ha perso centinaia di milioni negli ultimi anni. L’ad Orsi vorrebbe cedere l’azienda, ma per farlo e trovare un acquirente interessato, rischia di dover mettere in vendita anche l’Ansaldo Sts, la parte sana. Mentre cresce la paura per una nuovo incubo occupazionale, di cui si sente parlare sempre più spesso. I sindacati dicono no allo “spezzatino”, chiedono un piano di rilancio per assicurare l`occupazione, ma chiedono anche un rapido ricambio al vertice.

Tempi duri anche per l’Alenia specializzata in aereonautica. L’azienda deve far fronte a una conciliazione con l’americana Boeing, che ha contestato la qualità di alcune forniture italiane per la sua flotta civile e per un aereo di ultima generazione. In particolare l’Alenia è costretta ad accantonare nei bilanci 783 milioni di euro. Una cifra che va sommata ad altri contenziosi, sorti con Grecia e Turchia, che hanno prodotto il mancato pagamento delle forniture. Un passivo che supera il miliardo.

Per non parlare dello scontro in atto sull’assetto futuro del gruppo. È il caso, citato in precedenza, delle tre aziende Selex, che Orsi vorrebbe fondere in una, anche per evitare che si facciano concorrenza tra loro. Un piano che va contro il volere di Guarguaglini ed ha portato i due – uno appoggiato da Letta, l’altro da Maroni – ad entrare in rotta di collisione.

Il nodo della golden share e il timore della “holding spezzatino”

Sembra davvero che Guarguaglini abbia esaurito il credito che si era costruito, quando, va dato merito, aveva portato Finmeccanica ad essere uno dei gruppi leader al mondo, con utili in costante aumento e la reputazione di grande realtà produttiva italiana, capace di investire in ricerca e innovazione tecnologica.

La sua esperienza sembra giunta al capolinea, salvo, forse, uno strascico in cda per garantirsi la lauta buonuscita. Ma e’ proprio qui che nasce il timore più forte, e cioè, che lo scandalo dei presunti fondi neri accantonati con false fatturazioni, lo scambio di favori, nomine e appalti, gestito da intermediari che fungevano da collettori tra imprenditori e politici, assieme alla drammatica situazione della nostra economia, porti a sostenere l’utilita’, se non la necessita’, che lo Stato ceda le sue quote, aprendo alla privatizzazione delle aziende del gruppo.

I dubbi sono espressi compiutamente soprattutto in rete. Dove, non senza un certo gusto dietrologico per il complotto, ordito dalle onnipresenti lobbies massonico-finanziarie europee e americane, viene vaticinato l’arrivo di compratori stranieri, pronti a spolpare la carne che resta attaccata al corpo di un’economia morente.

In realtà, di vero c’è l’importante questione della “golden share” statale, che la Ue mal sopporta ed ha contestato formalmente all’Italia. L’”azione dorata” è un potere speciale che consente allo Stato di intervenire ampiamente in tutte le decisioni determinanti per le aziende partecipate ritenute strategiche, come Enel, Eni, Telecom e appunto Finmeccanica. In sostanza, quando sono considerati a rischio gli interessi strategici fondamentali del Paese, lo Stato ha la facoltà di porre il veto nelle decisioni più importanti. Nel mirino del commissario Ue al mercato interno, Michel Barnier, ci sarebbero in particolare il diritto di veto all’ acquisizione di quote rilevanti e il potere di opporsi a patti tra azionisti «forti», così come a fusioni o scissioni.

È proprio la golden share, infatti, che permette al governo di detenere la quota di maggioranza, evitando il pericolo di una scalata, che, ai risibili prezzi di borsa attuali, sarebbe, in vero, molto semplice. Al momento, ad esempio, nel gigante dei sistemi di difesa e dell’aero-spazio, nessun socio azionista privato può salire per più del 3%.

La Ue ha concesso un mese di tempo prima che scatti il deferimento dell’Italia alla Corte di giustizia europea. Un mese di tempo per modificare le norme sulla golden share del Tesoro, che, secondo la Commissione di Bruxelles, rappresentano una «restrizione ingiustificata alla libera circolazione di capitali». Visto il momento di crisi, la misura chiesta dall’Europa sembra quanto meno inopportuna. Sembra il sintomo di una volontà precisa: spingere l’Italia alla cessione delle sue aziende straordinarie. In nome della concorrenza, l’Europa vorrebbe che le principali realtà economiche italiane non fossero blindate dallo Stato, ma si aprissero ai mercati. Con un esito disastroso per le nostre aziende, che verrebbero scalate senza troppa fatica. Lo Stato farebbe entrare dei soldi freschi, utili per ridurre il nostro debito nell’immediato, ma, allo stesso tempo, andrebbe a perdere per sempre una fonte importantissima di introiti futuri.

La partita è delicata. Monti deve dimostrare di non voler svendere i gioielli di famiglia a prezzi stracciati. Una decisione simile, anche in un momento di crisi eccezionale, ne minerebbe la credibilità. Darebbe il via definitivo all’identificazione della sua figura di premier tecnico, con quella dell’uomo voluto dalle banche, che lavora per favorire e arricchire i padroni della finanza mondiale.

Al premier, in sostanza, si chiede di rimodulare e regolamentare le norme sull’”azione dorata”, ma senza eliminarle. La forma potrebbe essere un decreto che reinterpreti la legge originaria sulle privatizzazioni e la golden share del 1994. Si tratterebbe del quarto decreto, dopo i due già bocciati dalla Corte di giustizia e quello attualmente in vigore.

Tra l’altro l’Italia è in buona compagnia. La golden share esiste in Spagna, ed è un tema è molto sentito anche in Francia, dove la protezione dei settori strategici dell’industria nazionale, per evitare che finiscano in mani straniere, è garantita per legge, come insegna l’ opa di Enel su Suez, sfumata grazie all’intervento del governo transalpino.

Che la Ue stia attuando una forte pressione è innegabile, come innegabile è il quadro che si aprirebbe, se si decidesse di abbandonare ogni forma di tutela. Immagini da assalto alla ferrovia, con francesi, inglesi e tedeschi – per restare agli europei, ma non solo -, in prima fila per prendersi i pezzi migliori di Finmeccanica, per poi, magari, passare ai due colossi energetici: Enel ed Eni.

Si profila l’incubo classico di uno spezzatino vantaggiosissimo per l’acquirente, ma catastrofico per un Paese già con l’acqua alla gola, che si vede portar via la dote. Il futuro di Finmeccanica appare pieno di incognite e di questioni da risolvere in fretta, ma prima di tutto c’è il nodo del consiglio di amministrazione di giovedì, con cui l’era di Pier Francesco Guarguaglini si chiude per sempre. Forse…