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Diritto di critica | June 26, 2019

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La Russia scende in piazza contro i brogli elettorali - Diritto di critica

La Russia scende in piazza contro i brogli elettorali


Con centinaia di arresti indiscriminati per soffocare le proteste di piazza contro i brogli elettorali, il governo di Vladimir Putin sta mostrando al mondo il peggio di sé, palesando le insicurezze di un potere incrinato dalla perdita di consensi alle elezioni di qualche giorno fa (gli elettori del partito “Russia Unita”, coalizione del premier, si sono più che dimezzati, mentre il partito comunista ha raggiunto il 20%).

Gli osservatori internazionali dell’Osce hanno avvallato in parte i sospetti dei contestatori in merito al voto della settimana scorsa, rilevando «frequenti violazioni procedurali e indicazioni di apparenti manipolazioni». Di fronte ai dubbi anche di Stati Uniti ed Unione Europea, il Presidente russo Medvedev ha risposto che «è solo compito del governo russo trarre conclusioni su possibili mancanze registrate durante il voto».

Putin nega fermamente ogni coinvolgimento istituzionale e promette nuove riforme per modernizzare la Russia e combattere la disoccupazione. Almeno tremila persone, tra esponenti delle opposizioni, intellettuali, studenti e giovani bloggers chiedono da giorni cambiamenti al governo ed elezioni trasparenti.

La risposta della polizia è sempre la stessa: Mosca e San Pietroburgo blindate, arresti, condanne a 15 giorni di carcere. «Il disprezzo per l’opinione pubblica sta gettando discredito sulle autorità – ha commentato l’ex presidente sovietico Michail Gorbaciov all’agenzia di stampa Interfax – e sta destabilizzando la situazione in Russia». Tra i fermati lo scrittore Eduard Limonov, l’ex vice-premier Boris Nemtsov e il famoso blogger Alexiei Navalni, una delle menti della contestazione che dal web si sta trasferendo anche in piccoli centri come Samara o Rostov, sul fiume Don. Ogni giorno i ribelli della rete si riuniscono nella moscovita Piazza del Trionfo, e hanno indetto per sabato 10 dicembre un’altra manifestazione nei pressi del Cremlino. La tv di Stato non parla della repressione, mostra solo i sostenitori del partito di maggioranza “Russia Unita”, o al massimo gruppi di persone “scese in piazza per minacciare la stabilità del Paese”.

Ma la Russia un Paese stabile non è. Mille nodi da risolvere, economia decisamente sbilanciata a favore di pochi ricchi, federalismo sempre più scricchiolante; il tutto negato, rimandato, nascosto sotto il tappeto, in stile putiniano. Dopo anni di promesse, molti “disillusi” tra pensionati, operai, gruppi studenteschi e abitanti delle città industriali hanno trasferito il loro voto verso il Partito comunista, e i risultati del voto legislativo parlano chiaro: qualcosa sta cambiando, o comunque Putin non ha più in mano il destino della Russia. Se le tv non parlano, a farlo ora è il web.

«Il vero Parlamento non è la Duma – afferma l’attivista per i diritti umani Andrei Mironov, ex prigioniero politico – ma la rete, che non è controllabile dal potere e sta lentamente politicizzando vasti strati della società. I fischi a Putin sono l’inizio della fine, la svolta arriverà dai 20-30enni cresciuti senza il paternalismo sovietico conservato da Putin».