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Diritto di critica | December 13, 2019

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Tahrir: dopo le elezioni, i dubbi della piazza. "La politica sia slegata dalla religione" - Diritto di critica

Tahrir: dopo le elezioni, i dubbi della piazza. “La politica sia slegata dalla religione”

“I giovani di piazza Tahir sono delusi dalla vittoria del partito islamico, avrebbero voluto una politica slegata dalla religione e temono soprattutto per la crescita economica del paese”.

Ihab Soliman, 42 anni, nato al Cairo, lavora come mediatore al Centro servizi per l’immigrazione della Provincia di Cagliari, collabora con la Caritas diocesana e con l’associazione Donne al Traguardo, oltre che con l’Ufficio immigrazione della Questura di Cagliari. Un lavoro che cerca di favorire l’integrazione degli immigrati presenti nell’Isola. “Garantire un servizio di questo tipo – spiega Soliman –  all’interno di un ente pubblico è una garanzia, un passo concreto verso l’accoglienza”. Tra i problemi maggiori, “la mancanza di sbocchi lavorativi, che rende più difficile l’accoglienza”. Il pensiero corre soprattutto ai profughi arrivati dal Nord Africa: “Ho seguito la fase dell’accoglienza, ora li sto supportando nelle pratiche amministrative: per loro è stato fatto tanto, ma hanno bisogno di lavorare per sentirsi utili, come erano abituati in Libia, invece ora si sentono a disagio, molti gli uomini mi dicono: così non ci sentiamo uomini”. Inoltre, c’è il problema di chi ha ricevuto il diniego, che è convinto di essere nel giusto e vorrebbe fare ricorso: “Finché non hanno un documento, rimangono con l’ansia per il futuro, non riescono a pensare a una progettualità. Senza dimenticare che prima o poi la fase di accoglienza finirà: e poi, come faranno?”.

In Sardegna dal ’96, Ihab Soliman non ha perso di vista la situazione politica del suo paese, e racconta le preoccupazioni dei giovani, quelli di piazza Tahir, che hanno avviato e sostenuto la rivoluzione. “Sento i miei amici, che stanno in Egitto, su facebook e skype – racconta Soliman -: sono delusi, la maggior parte di loro ha perso il lavoro per colpa del crollo economico, conseguente ai tanti mesi di rivoluzione: anche io, come loro, mi aspettavo che la rivoluzione si attuasse più rapidamente”. Il cambiamento politico “era necessario – continua Soliman -;  ora si tratta di far maturare il processo di democrazia. Penso che siamo ancora alla fase iniziale, ciò che mi preoccupa di più è che i giovani dovranno affrontare un sacrificio enorme”.

I dubbi maggiori riguardano il rischio di un islamismo non moderato: “la religione dovrebbe restare separata dalla politica – sottolinea Soliman -: certo, in Egitto è difficile applicare adesso questo concetto, ma esso dovrà ispirare il nostro futuro”. Un risultato, dunque, che sembra segnare una discontinuità con la rivoluzione: “Molti miei amici mi dicono: noi non abbiamo votato questo partito”. Proprio loro, che hanno combattuto contro la corruzione,  “avrebbero voluto la vittoria di “El Kotla” (“Il gruppo”), un partito che ha raggruppato numerose correnti politiche, forse ancora troppo giovani, che non sono riuscite a prepararsi, ad avere finanziamenti come i partiti islamici”. Questi ultimi “sono riusciti a sfruttare la rivolta di Piazza Tahir per conquistare visibilità ed emergere pian piano”. Allo stesso tempo, “credo che questo risultato segni un processo naturale: i giovani in nove mesi non avrebbero avuto il tempo di creare un partito, elaborare un progetto politico maturo. Per ora, non hanno ottenuto quello che volevano, ma nei prossimi mesi avranno il tempo di organizzarsi meglio e nel frattempo dovranno vigilare sul risultato: se vedranno che i motivi per i quali hanno fatto la rivolta verranno meno, sicuramente reagiranno”. Le loro preoccupazioni riguardano soprattutto la crescita economica, per la quale è necessario stabilire relazioni internazionali forti, attirare investimenti, fissare accordi bilaterali con altri paesi, puntare sul turismo: tutti processi che possono essere avviati da una mentalità aperta, non vincolata a una chiusura religiosa. Il modello cui guardano i giovani egiziani è quello della Turchia: un paese dichiaratamente islamico, ma che antepone il processo economico all’aspetto religioso”.