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Diritto di critica | July 15, 2020

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Il Time incorona il manifestante "persona dell'anno" 2011 - Diritto di critica

Il Time incorona il manifestante “persona dell’anno” 2011

Un turbante in testa, la sciarpa avvolta intorno al viso, gli occhi appena scoperti che non lasciano capire del tutto se appartengono ad un uomo o ad una donna, ma intensi, decisi, sfidanti. E al centro una scritta inequivocabile: “The Protester”.

La copertina di “Time” di fine anno omaggia così “il manifestante”, proclamato dalla prestigiosa rivista americana “persona dell’anno” 2011. La scelta del magazine, innovativa quanto azzeccata, premia un soggetto veramente globale, destinato forse a cambiare la storia contemporanea. Il manifestante, simbolo delle proteste di piazza che hanno investito tutto il mondo, negli ultimi dodici mesi ha sfidato i governanti ad ogni latitudine e in ogni tipo di Stato. A Piazza Tahrir come sulla Piazza Rossa, a Wall Street come ad Atene o Madrid, in democrazia come sotto l’autoritarismo di un regime.

E la novità, rispetto ai sit-in dei decenni precedenti, è che a far scattare la molla è stata la mobilitazione sul web, sui social-media e su Youtube. Negli anni Sessanta-Settanta c’erano i cartelloni affissi di notte, le riunioni nei garage, i collettivi scolastici. Oggi la lotta parte dalla Rete, l’unica fonte di informazione che può sfuggire in qualche modo ai controlli della censura o che può coinvolgere più persone contemporaneamente.

La redazione del “Time”, dopo ottant’anni di copertine dedicate a personaggi e icone ben precise, si è resa conto che le rivolte a cui abbiamo assistito quest’anno non coinvolgevano così tanti Paesi e realtà diverse dal lontano 1968. Forse solo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, che però riguardava soprattutto l’Est comunista. Poi il benessere dell’Occidente pareva aver “bloccato” la Storia mondiale.

Ora qualcosa è scattato. Il manifestante del 2011 si cela sotto le sembianze di un giovani studenti esperti di computer, ma anche di impiegati stanchi delle ingiustizie, poveri operai sottopagati, cittadini nordafricani o yemeniti privi di ogni libertà, uomini e donne indignati dalla corruzione e dalle logiche di potere o sfiancati dalla crisi economica.

Al principio fu la Primavera Araba, un anno fa in Tunisia, quando il gesto disperato del giovane Mohamed Bouazizi fece conoscere al mondo una situazione in stallo da decenni; poi la rivolta contro i regimi oppressivi si è estesa all’Egitto, la Libia, la Siria (dove si continua a morire), lo Yemen.

E, in un mondo globalizzato e legato a filo doppio dalla potenza di Internet, la crisi economica mondiale ha fatto il resto: gli indignatos di Plaza del Sol a Madrid, i disoccupati di Atene, i manifestanti di Londra che ad agosto si sono opposti ai tagli fatti dal governo inglese, e le migliaia di persone che a Roma, lo scorso 15 ottobre, nonostante il vandalismo di qualche gruppo di Black bloc, hanno riempito le strade della capitale per protestare contro i costi della politica.

Senza una guida sicura, con l’incognita del benessere economico o alla ricerca di garanzie su istruzione e lavoro, il manifestante è stato protagonista anche a Wall Street, nel cuore della finanza americana, o in Russia, dove a Mosca e San Pietroburgo vecchi e giovani chiedono elezioni trasparenti e un nuovo corso politico.

Manifestazioni anche in India, Cile, Messico.

Mai come quest’anno si è avvertito lo stacco, il divario tra il popolo e chi lo governa. Diverse le condizioni e le nazionalità, ma uguali le parole d’ordine del manifestante: giustizia, dignità, cambiamento. Saranno i cittadini a migliorare il mondo?