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Diritto di critica | November 28, 2020

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Speciale Myanmar - Il partito di San Suu Kyi alle elezioni. Le riforme della nuova Birmania - Diritto di critica

Speciale Myanmar – Il partito di San Suu Kyi alle elezioni. Le riforme della nuova Birmania


Non si sa ancora la data delle prossime elezioni legislative in Myanmar (ex Birmania), ma certo è che potrà candidarsi anche la coalizione guidata dal premio Nobel Aung San Suu Kyi. Un annuncio sul quotidiano ufficiale birmano “New Light of Burma”, infatti, spiega che la Commissione elettorale del governo al potere ha dato il via libera al ripristino dello status di “partito politico” per NLD, il National League for Democracy (Unione nazionale per la democrazia). Per l’attivista dei diritti umani, reduce dall’incontro storico con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, è un altro passo avanti verso la rimozione di ogni censura nei suoi confronti e nei riguardi della causa che abbraccia da anni: un Myanmar più libero e democratico.

La decisione di legalizzare ufficialmente NLD arriva tre settimane dopo la presentazione del partito e dei suoi 21 componenti: «Sono fiduciosa – aveva detto Suu Kyi – che il nostro Paese abbia ormai imboccato la strada della democrazia, una strada dalla quale non si torna indietro».

Il simbolo del partito National League for Democracy riprenderà quello della bandiera: un pavone combattente che fissa una stella bianca. L’animale rappresenta la rivolta studentesca violentemente repressa nel 1988, l’astro è invece emblema della rivoluzione.

Il governo di ex generali installato nella capitale Naypyidaw sta proseguendo lungo una linea sorprendentemente riformatrice, sebbene i passi da fare siano ancora molti.

Prima la liberazione, avvenuta un anno fa, proprio di San Suu Kyi, relegata da tempo agli arresti domiciliari, poi l’apertura politica alla competizione elettorale, e la recente approvazione di una legge che permette per la prima volta ai cittadini di chiedere l’autorizzazione a manifestare pacificamente.

Ma la svolta del Myanmar riguarda soprattutto il mondo dell’informazione. Nel Paese che è stato dichiarato nel 2010 da Reporter Senza Frontiere come il 174esimo (su un totale di 178) per censura e mancanza di libertà di stampa, fino a poco tempo fa era vietato solo nominare Suu Kyi in tv o sui giornali. Adesso troviamo il quotidiano “Times Myanmar” che ospita fino a quattro fotografie della “Signora di Rangoun”, e i telegiornali locali che riprendono la notizia del riconoscimento del suo partito.

Certo, restano ancora in vigore leggi severe nei confronti di giornalisti e reporter (alcuni di loro sono in carcere), e ogni giornale prima di andare in stampa deve presentare il progetto di pubblicazione al Ministero della Comunicazione.

Qualche spiraglio di libertà, però, si avverte: «La stampa è cambiata molto velocemente in soli sei mesi – ha dichiarato a France Press Than Htut Aung, presidente del gruppo editoriale Eleven Media Group, il principale nel Paese – anche se non possiamo ancora esprimere le opinioni di diverse parti politiche né parlare dei prigionieri politici e delle loro famiglie».