Articolo 18, un mito da sfatare
Scritto da Emilio Fabio Torsello il 21 dicembre 2011 in Economia / Politica
Sfatiamo un mito: l’articolo 18 tutela chi le tutele già le ha. Non certo i giovani precari che un contratto “normale” spesso non l’hanno mai visto. A sentire la ciggiellina Susanna Camusso, invece chi andasse a toccare, modificare o abolire l’articolo 18 farebbe crollare l’intero sistema di tutele (vedi sopra) consentendo il licenziamento libero da parte delle imprese. Non dimentichiamo poi che a tutelare i lavoratori c’è sempre la legge e la possibilità di far decidere a un giudice sull’appropriatezza di un licenziamento che può considerarsi discriminatorio sotto i più svariati profili. Mentre nessuno, nemmeno il miglior articolo 18, tutela dalla firma delle dimissioni in bianco, piaga diffusissima in Italia e sulla quale tanta parte della politica e dei sindacati paiono ciechi.
La leader della Cgil, però, è arrivata a dire che l’abolizione dell’articolo 18 creerebbe “un nuovo apartheid, a danno dei giovani”, senza rendersi conto che l’apartheid c’è già, con lavoratori che godono di determinate certezze ed altri che – in caso di chiusura dell’azienda – restano sempre con un pugno di mosche. I secondi non sanno cosa farsene dell’articolo 18 e sono ben poco rappresentati dai sindacati. Una realtà riconosciuta anche a sinistra – dove il tema è delicatissimo, di cristallo – dove lo stesso Franceschini ha riconosciuto che “l’articolo 18 ormai riguarda una minoranza di lavoratori”.
Ma c’è di più. La riforma del mercato del lavoro, infatti, sta andando verso il contratto unico, più volte citato dal ministro Elsa Fornero e teorizzato in origine da Tito Boeri: le nuove tutele per i lavoratori si troverebbero lì, con contratti di riallocazione che risulterebbero comunque più economici di quanto non costino oggi i cosiddetti “incentivi all’esodo”. Una riforma che sarebbe epocale in quanto legata a una rivisitazione complessiva e corale degli ammortizzatori sociali che – ovviamente – andrebbe approntata prima di riformare l’articolo 18, da “intaccare” a cose fatte. E l’errore della Fornero è stato affrontare il tema subito e non a posteriore, dopo aver blindato con una nuova riforma il mercato del lavoro.
I sindacati, dunque, dovrebbero smetterla di attaccare sul piano personale il ministro Fornero e criticarla – semmai – sul versante politico e delle proposte, con un linguaggio consono al dibattito civile. Perché ad additare qualcuno come il nemico pubblico dei lavoratori, va a finire che alla lunga poi qualcuno ci crede.
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