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Diritto di critica | May 21, 2019

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LA SCHEDA - Frequenze tv, storia e prospettive all'ombra del "beauty contest” - Diritto di critica

LA SCHEDA – Frequenze tv, storia e prospettive all’ombra del “beauty contest”

E siamo di nuovo alle frequenze televisive. Cambia il governo, ma i nodi da sciogliere restano gli stessi. Così il neoministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, erede delle malefatte del suo predecessore Paolo Romani, si è ritrovato tra le carte da smistare anche la diffida fattagli pervenire in data 14 dicembre 2011 da Altroconsumo e FEMI – Federazione Media Digitali Indipendenti. Nella stessa giornata l’associazione degli operatori del settore media e telecomunicazioni, Assoprovider, ha depositato un esposto alla Procura regionale del Lazio della Corte dei Conti denunciando un possibile danno alle casse dello stato dovuta alla cessione gratuita di frequenze televisive.

Qual è il problema stavolta? Il fulcro del malcontento si chiama “beauty contest”: in base a quanto stabilito dal governo Berlusconi, l’assegnazione delle sei frequenze televisive lasciate libere in seguito al passaggio dall’analogico al digitale, non deve avvenire tramite asta pubblica; bensì attraverso una gara le cui regole rimandano a quelle dei celeberrimi concorsi di bellezza. Le frequenze non andranno al migliore offerente, ma a colui che sarà ritenuto più meritevole dalla “giuria Ministero dello sviluppo” sulla base di presunti criteri prestabiliti. Per la fascia di Miss Italia può funzionare. Per la spartizione dell’etere forse no.

Il settore insorge, rivendicando l’applicazione degli stessi riguardi riservati agli operatori di telefonia che a settembre hanno ottenuto i loro spazi tramite asta pubblica e con il pagamento di  una somma che ha portato nelle casse dello Stato 3,9 miliardi di euro.

La disparità di trattamento operata tra il settore televisivo e quello delle telecomunicazioni è oggetto della denuncia sottoscritta da Assoprovider: la contestazione riguarda la cessione di un bene pubblico e di riconosciuto valore, come le frequenze televisive, senza che questa porti un solo euro allo Stato, impedendo l’acquisizione di risorse utili a fronteggiare la compromessa situazione economica del paese. Altroconsumo e FEMI si appellano invece ai requisiti di pluralismo e concorrenza propri del mercato, chiedendo un’assegnazione più equa e trasparente delle risorse infrastrutturali televisive.

La competizione vede attualmente in gara, oltre a Rai e Mediaset, Telecom Italia Media, 3 Italia, Prima Tv, Europa 7 e Canale Italia. Sky ha scelto la via della ritirata e a fine novembre è uscito dai giochi definendo le procedure di assegnazione delle frequenze poco chiare ed eccessivamente lunghe nella loro attuazione.  Così a spartirsi la torta sono rimasti i soliti ignoti: il rischio concreto è quello di un consolidamento delle posizioni dominanti e quindi di un’altra mancata  occasione di rinnovamento per il sistema televisivo nostrano. Intanto Bruxelles attende la svolta italiana, auspicando ad un mercato televisivo aperto a tutti gli attori: l’attuazione del beauty contest potrebbe significare l’ennesima tirata d’orecchie da parte di mamma UE.

2,4 miliardi di euro il valore effettivo delle frequenze in ballo. Nell’ultima puntata di “Servizio Pubblico” Santoro ne ha messi sul tavolo 1 milione, offrendosi come potenziale acquirente di un’asta mai aperta, che secondo i diretti interessati andrebbe deserta. Un gesto provocatorio ma efficace nel suo messaggio: non mancano i compratori, sono i proprietari a non voler vendere. E se questi proprietari, fino a poche settimane fa, coincidevano con i diretti beneficiari di una cessione gratuita e senza regole ben definite, allora la questione è chiara a tutti.

Tocca ora al governo dei Professori dimostrare che qualcosa è cambiato e che questa non è l’ennesima storia televisiva all’italiana.