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Diritto di critica | September 22, 2019

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Maroni, Fini e la sindrome dei numeri due - Diritto di critica

Maroni, Fini e la sindrome dei numeri due

L’ANALISI – Oramai è certo: la sindrome dei numeri 2 ha colpito il centro-destra. Prima il Pdl, poi la Lega. Prima Gianfranco Fini, poi Roberto Maroni. Un anno e mezzo fa l’ex leader di Alleanza Nazionale iniziò a mostrare una certa insofferenza all’interno del partito che ha contribuito a fondare. Ora, invece, è la Lega che si ritrova con i maroniani in agitazione, quelli che vorrebbero decapitare re Umberto e rifondare un Carroccio di lotta e movimentista. Ed il voto di ieri su Cosentino ne è la dimostrazione.

Fini contro Berlusconi. Nel lontano 1994, quando Berlusconi scese in campo fu chiaro a tutti che l’unico vero leader del centro-destra non poteva essere che lui. Quasi geniale nel tenere unite realtà politiche tanto diverse non aveva contendenti. Ma l’ambizioso Gianfranco Fini avviò un lento processo di trasformazione politica che lo ha portato a divenire una figura politica credibile. Da fascista moderno a uomo di Stato, Gianfranco ha sempre sognato di prendere il posto del suo scaltro leader. Si dice che sarebbe stato convinto ad entrare nel Pdl con la promessa che a metà legislatura avrebbe ottenuto qualcosa in cambio. Poi sappiamo tutti cosa è successo. Il numero due del Pdl, scalciando a destra e a manca, non ha ottenuto quello che cercava: un congresso vero attraverso il quale mettere in discussione la figura del grande capo. Espulso dal Pdl, ha fondato un nuovo partito. Tante speranze su di lui. La sinistra lo ha indicato come il nascente leader di un nuovo centro-destra, “liberale e moderato”. Ma il suo partito oggi naviga a vista: nessun successo elettorale, mentre secondo i sondaggi si attesta tra il 4 e il 5%. Un po’ poco per rappresentare un’alternativa credibile.

Maroni contro Bossi. In casa Lega, invece, la situazione è molto più complessa. Il Carroccio è nato nel 1989, ben 23 anni fa. In due decenni ha avuto un solo segretario, Umberto Bossi. Dominus incontrastato fino a due anni fa, oggi è insidiato da Roberto Maroni, attuale coordinatore del partito e ministro di punta del governo precedente. La caduta del Cavaliere ha prodotto un terremoto nel Carroccio: nuovi mal di pancia e soprattutto la fuga repentina dell’elettorato. Così il desiderio di Bobo Maroni di scalzare re Umberto è cresciuta ed è divenuta più concreta. In fondo la scelta di Bossi di appoggiare incondizionatamente Berlusconi si è rivelata un grosso errore. Ora il Senatur cerca di correre ai ripari, attraverso un’opposizione dura al governo. Prima di tutto va difesa la leadership del partito.

Quanto è difficile uccidere “il padre”. Ieri, in casa Lega, è andata in scena la resa dei conti. Il voto sull’autorizzazione all’arresto di Cosentino ha dimostrato, ancora una volta che Bossi ha in mano gran parte del suo partito. Il Senatur ha imposto la sua linea pur lasciando libertà di coscienza. L’alleanza con Berlusconi esiste ancora ed è l’unica strada per salvare la sua leadership. Ora Maroni esce sconfitto. Sa però che non gli conviene seguire la strada di Fini. La Lega è una ed indivisibile, non come l’Italia.

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