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Diritto di critica | July 2, 2020

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I veri eroi della Costa Concordia, "così abbiamo accolto i naufraghi" - Photogallery - Diritto di critica

I veri eroi della Costa Concordia, “così abbiamo accolto i naufraghi” – Photogallery

Dal nostro inviato, Francesco Amorosino

Isola del Giglio – Una piccola striscia bianca che taglia al centro l’isola, come una ferita impossibile da rimarginare. Questa sembra la Costa Concordia vista dal battello che dalla terraferma porta sul Giglio, fino a poco tempo fa ambita meta turistica e oggi scenario per una delle più grandi tragedie della nostra storia recente. L’immensa nave da crociera giace inclinata a ridosso degli scogli, tanto vicino che sembra di poterla toccare, appena spostata rispetto all’ingresso del porto e i battelli quasi la sfiorano per raggiungere l’approdo. La sensazioneè che il mondo abbia perso il suo equilibrio, che qualcosa di tremendamente innaturale sia avvenuto. Come un grattacielo sbilenco o un’azzardata architettura contemporanea la nave è ancora lì da sabato notte, dal tragico naufragio che è già costato molte vite. L’isola d’inverno è avvolta in un’atmosfera soffusa, in una calma ben diversa dal chiasso estivo fatto di turisti e di tuffi nel Tirreno. Quest’anno, però, il porto è preso d’assalto da due fronti quasi contrapposti: da una parte le forze dell’ordine, pronte a intervenire per qualsiasi emergenza e in attesa di iniziare le operazioni per svuotare le cisterne della nave e poi provare a spostarla; dall’altra un esercito di giornalisti provenienti da tutto il mondo, così tanti da costringere albergatori e ristoranti ad aprire le strutture con mesi di anticipo per accoglierli. In mezzo ci sono gli abitanti, per lo più anziani, gente di mare che da quell’isola magari non si muove da anni e che non è per niente contenta di tutto questo caos. Su tutti aleggia la costante minaccia del disastro ambientale che potrebbe danneggiare per sempre l’ecosistema di uno dei luoghi più belli del nostro Paese.

Si prova a continuare con la vita di tutti i giorni, ma resta il ricordo della tragedia e la paura per il futuro, tanto che ogni piccola notizia si ingigantisce e serpeggia veloce, ogni sirena fa pensare a un nuovo salvataggio, ogni movimento della nave è percepito come un presagio di sventura. Basta allontanarsi dalla spiaggia e dalla selva di telecamere e mezzi di soccorso per ritrovare il silenzio di un luogo in attesa, simboleggiato prima di tutto dalla sua chiesa e dal suo parroco, uno dei tanti eroi di quella notte, tra i primi a dare soccorso ai naufraghi.

Un telo di plastica arancione, una corda, un giubbotto di salvataggio, un elmetto, dei pezzi di pane: giacciono come reliquie su un altare, a ricordo di ciò che è accaduto sabato scorso, quando oltre quattrocento persone hanno trovato rifugio e conforto su quel pavimento di marmo. E se la fretta di aiutare chi aveva bisogno non lasciava il tempo per pensare, adesso, quando racconta di quelle ore Don Lorenzo non riesce a trattenere le lacrime, ma anche qualche sorriso, ricordando i tanti piccoli miracoli avvenuti.

“Quella sera avevamo una riunione in chiesa. Quando siamo usciti, verso le dieci, una suora ha indicato il mare dove c’era questa grande nave piena di luci, molto vicina all’isola. Non era la prima volta che ne vedevamo una, ma mai così vicina. Siamo tornati a casa perché era tardi, ma dopo un’ora mi hanno chiamato per dirmi che la nave era in grave difficoltà e bisognava aprire la chiesa per accogliere i naufraghi”. I passeggeri sono arrivati come in processione, uno dopo l’altro, perché la chiesa è subito di fronte al porto ed è apparsa come un rifugio sicuro. Avvolti nei teli arancioni e con ancora addosso i giubbotti salvagente, le persone hanno cercato conforto e calore. “Abbiamo dato loro tutto ciò che potevamo, bevande calde, cibo, qualche panettone avanzato dal Natale, coperte. Erano davvero tanti e siamo rimasti sconvolti dalla portata della tragedia, ma nessuno ha perso tempo, abbiamo fatto tutto ciò che potevamo”.

Il problema maggiore era il grande freddo che avvolge l’isola in questi giorni: “I naufraghi sono scesi dalla nave con i vestiti che avevano addosso, quindi chi si trovava sul ponte e indossava un cappotto è stato fortunato, ma c’erano persone in t-shirt e donne in abito da sera e tacchi alti. Molti erano bagnati”. Don Lorenzo non riesce a trattenere le lacrime ricordando che “qualcuno ha preso i paramenti sacri, le bandiere, i vestiti dei chierichetti per coprirsi e io non l’ho impedito, perché mi è sembrato che fosse il Signore stesso a coprirli. Non è certo usuale vedere persone di ogni razza indossare i gonfaloni ricamati con l’effige della Madonna. Ho pensato allora che al mondo c’è posto per tutti e che nessuno è fuori all’occhio di Dio”. Il parroco è rimasto colpito dalla calma dei passeggeri, dalla compostezza, dal rispetto per il luogo sacro. “Erano disorientati, non sapevano dove fossero o cosa fosse successo e mi facevano domande in tutte le lingue, volevano sapere dove fosse l’Isola del Giglio, chi si sarebbe preso cura di loro, dove dovevano andare. C’era chi pregava in silenzio e mi ha fatto piacere vedere che qualcuno ha acceso le candele elettriche sotto la statua della Madonna, per ringraziarla. Io stesso ho ringraziato Dio per avermi fatto strumento nelle sue mani”. E in quella notte terribile Dio “era nel cuore delle persone che hanno cercato di fare qualcosa. La tragedia non è stata l’assenza di Dio, perché era in chi ha agito per riparare a un errore umano”.

Di quel momento speciale rimangono poche foto e tanti ricordi, ma soprattutto quegli oggetti portati sull’altare dai bambini durante la Messa domenicale, “simbolo di cosa è stata quella notte, di cosa è stata questa chiesa e ciò che ha fatto la gente di questo posto” racconta Don Lorenzo, soffermandosi in particolare sui bocconi di pane lasciati tra le panche. “Quando li ho trovati ripulendo la chiesa ho pensato al brano del Vangelo sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci, quando Gesù ha preso delle briciole e ne ha fatto qualcosa di grande, così noi abbiamo preso il poco che avevamo per cercare di aiutare al nostro meglio”.

Il miracolo si è davvero ripetuto su questa piccola isola dove la gente ha saputo dimostrare il proprio valore, accogliendo i naufraghi nelle proprie case, dando tutto ciò che aveva a disposizione, aprendo l’asilo, gli alberghi, gli appartamenti che si affittano d’estate. E ora il Giglio aspetta ancora di sapere cosa ci sarà nel suo futuro, se quella nave verrà rimossi o se diventerà un relitto sotto il mare, un peso che graverà sempre su tutti i suoi abitanti.

Comments

  1. Antonelligna

    siamo nelle mani di dio.

  2. Antonelligna

    Schettino e un essere umano tra pelle e pelle ha cercato di salvare la sua l,egoismo prevale sempre e normale.