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Diritto di critica | May 21, 2019

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C'era una volta il Veneto - Diritto di critica

C’era una volta il Veneto

C’era una volta la regione con il più basso tasso di disoccupazione d’Italia. Un piccolo paradiso fatto di imprese fiorenti e di lavoro per tutti: così il Veneto ha costruito, anno dopo anno, la sua fortuna. Poi è arrivata la crisi: sono finiti gli ammortizzatori sociali e le aziende, una dopo l’altra, come un domino inarrestabile, hanno iniziato a chiudere i battenti. La percentuale di disoccupati ha raggiunto vette impensabili e le morti per assenza di lavoro si sono moltiplicate. Quella del piccolo paradiso felice per tutti è diventata una leggenda.

Stando alle rilevazioni provvisorie Istat, ad oggi il tasso di disoccupazione nel Veneto supera il 7% (il dato nazionale è dell’8,6%). Nel 2008 era del 3%. il dato è confermato dall’agenzia regionale “Veneto Lavoro” che il mese prossimo renderà noti i risultati del suo report trimestrale: una tendenza negativa che non accenna ad arrestarsi e che supera di gran lunga i record raggiunti nel 2009, all’acme vero e proprio della crisi. Soffre la produzione, causando una riduzione complessiva nell’impiego della manodopera. I settori più in affanno sono l’edilizia abitativa, il legno e l’arredamento. Ad oggi le industrie che hanno dichiarato lo stato di crisi sono complessivamente 457.

Gli ammortizzatori sociali sono agli sgoccioli. Aumentano i licenziamenti e diminuiscono le casse integrazione. Il sistema si piega incapace di ripartire dalle sue stesse ceneri. Imprenditori, operai, uomini che hanno fatto del lavoro la propria filosofia di vita si abbandonano alla disperazione, allargando le fila dei suicidi registrati nell’area del Nord est con particolare concentrazione proprio nel Veneto. Solo nei primi giorni di gennaio si sono registrati due suicidi a distanza di un giorno l’uno dall’altro. E prima a chiusura del 2011 non era andata meglio. Il presidente della Regione Luca Zaia l’ha chiamata “contabilità drammatica dei suicidi”. Per gli imprenditori la causa principale sarebbe la mancata riscossione dei crediti congelati dal patto di stabilità, che contribuirebbe in maniera sostanziale allo stato di crisi delle aziende. «I piccoli imprenditori sono stati lasciati soli, sono i più precari tra i precari» queste le parole del segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi.

Una crisi economica che riversa le sue conseguenze più dirette in ambito sociale, determinando tragici fenomeni di rottura e instabilità impossibili da controllare e difficili da arginare. I sindacati si interrogano sul loro ruolo e sulla necessità di una maggiore incisività che garantisca ai lavoratori e agli imprenditori tutto il supporto necessario, non solo da un punto di vista economico, ma anche esistenziale.

Intanto le percentuali crescono, il lavoro diminuisce e si muore; di non lavoro, di disperazione, di debolezza, raccogliendo miseria anche laddove la storia aveva seminato ricchezza.

Comments

  1. Mimmo Scaracchio

    Leggo il vostro articolo e mi permetto di segnalare quanto comparso recentemente su http://www.politb.eu – si applica benissimo al modello commerciale nordestino…

    A forza di volare ad altezza di uccello padulo…

    “La colpa è della crisi”. Palle. I casini dell’economia italiana sono cominciati ben prima degli ultimi tre anni.
    La Germania dalla crisi è uscita già da un pezzo, e durante la crisi se
    la passava comunque più che decentemente. Adesso fanno + mezzo milione
    di posti di lavoro. Non c’è da sorprendersene. ⇓ espandi

    Una risposta almeno parziale è che l’Italia ha un sistema economico generalmente impostato sul basso costo
    (costa poco, rende poco o al massimo in modo medio), la Germania
    sull’alto valore aggiunto (costa decisamente di più, ma rende MOLTO di
    più della concorrenza). ⇓ espandi

    Prima dell’euro i cinesi eravamo noi. Prodotti di
    qualità al massimo media, con costi di produzione più bassi dei nostri
    colleghi europei, e quando le cose andavano comunque male una bella svalutazione a far costare ancora di meno il nostro prodotto, rendendolo artificialmente più competitivo
    (un pollo da rosticceria non è buono quanto il filetto alto tre dita,
    ma se costa 1 euro è comunque molto competitivo nel rapporto
    qualità/prezzo, se costa 10 euro no).  ⇓ espandi