Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Diritto di critica | October 15, 2019

Scroll to top

Top

A Roma il Gotha del crimine non paga la crisi - Diritto di critica

A Roma il Gotha del crimine non paga la crisi

di Federico Gennari Santori

C’è chi non soffre gli effetti della crisi che stiamo attraversando ma ne trae forza. Sono boss mafiosi, faccendieri, grandi evasori, intenti a sfruttare la debolezza altrui per ampliare i propri traffici ed accrescere il proprio potere.

E’ proprio Roma il principale teatro in cui questi attori recitano la propria parte. Come ha dichiarato il Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Diana De Martino, “c’è spazio per tutti”, soprattutto in tempo di crisi, quando gli affari si moltiplicano. Dobbiamo immaginare una compagnia teatrale, fondata su un sistema nuovo: “più libero ed evoluto, dal carattere fortemente imprenditoriale e aterritoriale, con una straordinaria capacità di relazione con svariate forme di malavita organizzata”. Tra clan stranieri e romani a fare da padroni sono le mafie, in particolare Camorra e ‘Ndrangheta, ma il sistema è tanto operativo da permettere a chiunque di farne parte e di sviluppare il suo business entrando in sintonia con gli altri, perché lo scopo è uno soltanto: accaparrarsi tutto il possibile. Segno di come l’organizzazione della criminalità cambi a seconda delle opportunità che ha compreso di poter cogliere fagocitando ciò che è lecito. La crisi, infatti, genera due necessità essenziali nei settori produttivi: avere soldi in tempi brevi e ridurre drasticamente le spese. Le mafie offrono soluzioni immediate.

Così, Roma è diventata la capitale dell’usura: un giro che Confesercenti stima in oltre due miliardi di euro e colpisce circa 28mila commercianti, vincolati al ricatto degli strozzini fino alla cessione dei propri esercizi. E anche il pizzo è una vera e propria realtà: sono più di seimila gli esercizi costretti a pagare regolarmente il dazio alle mafie. Le zone disagiate della città, dove il lavoro scarseggia, sono base dei traffici, a cominciare da quello della droga, dove la mala locale – armata dai clan per conto dei quali smista e distribuisce la “roba” – si sviluppa e recluta i propri appartenenti. Il quartiere di San Basilio è diventato il supermercato delle droghe dove, come veri e propri commessi, i pusher servono i clienti in fila. Lo stesso accade a Tor Bella Monaca, mentre a Ponte di Nona arriva la merce direttamente da Napoli, controllata dalla Camorra.

La crisi, con gli imprenditori in difficoltà, si rivela utile per riciclare denaro sporco legalmente (almeno in apparenza) impadronendosi di attività lecite o aprendone di nuove. Tra i molti casi, ha destato grande scalpore trai i romani il sequestro del famosissimo Cafè de Paris in via Veneto e dell’Antico Caffè Chigi, caduti nelle mani della ‘ndrangheta. Ma vi sono esempi ben più “rintracciabili” di riciclaggio: uno semplice ed emblematico, come quello delle sale slot, è il proliferare nella Capitale dei “Compro oro” utilizzati – in molti casi – per sbarazzarsi di capitali acquistando oggetti preziosi a prezzi stracciati per poi trasformarli in lingotti o per falsificare atti di compravendita che giustifichino i capitali illeciti, ottenuti dalla vendita di oggetti mai esistiti.

La forza del crimine sta allora nelle grandi liquidità che, come affermato dalla Commissione Parlamentare Antimafia già nel 1991, “consente di penetrare nel mondo economico modificandone i vecchi assetti con il coinvolgimento delle professioni”.

Un dato su tutti: secondo l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia sono ben 2.437 le operazioni bancarie sospette a Roma nella prima metà del 2011.

Il clima di tensione e i recenti fatti di sangue verificatisi a Roma dimostrano poi che è in corso una guerra per il controllo del territorio e la stipula di affari con le mafie tra gruppi malavitosi romani. Ma i gruppi sono controllati dalle mafie stesse e dai grandi faccendieri: sono l’ultimo anello della catena. E non si tratta solo di microcriminalità, come l’amministrazione ha affermato, il vero problema è a monte. Come ha detto Luigi De Ficchy, ex sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, a Roma si lavora sulla criminalità organizzata “da trent’anni”, e questo dimostra che siamo in drammatico ritardo nella consapevolezza della gravità della questione.

A Roma sta convergendo il gotha del crimine ma c’è ancora chi nega. E’ Filiberto Zaratti, Presidente della commissione regionale sulla criminalità del Lazio a fornici con poche parole il quadro: “si è assistito negli anni ad un incremento dell’illegalità e della criminalità in coincidenza a una fortissima regressione sociale e culturale, accompagnata da un allentamento della prevenzione e del controllo del territorio, sia per scarsità di fondi, sia per incapacità amministrativa”.

Cominciando con il superamento della retorica sulla “sicurezza”, maggiore trasparenza e nuove risorse assicurate a magistratura e forze dell’ordine, è necessario ragionare in termini di prevenzione, cominciando a osservare il crimine organizzato anche come fenomeno congenito al nostro sistema economico-finanziario. Per combatterlo è la società civile a dover prendere posizione in mancanza di una volontà politica che siamo lungi dal raggiungere.