Posto fisso, il ministro Cancellieri ha ragione ma…
Scritto da Emilio Fabio Torsello il 7 febbraio 2012 in Editoriale / Politica
L’EDITORIALE – «Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale. [...] Il mondo moderno tende sempre più alla flessibilità, bisogna confrontarsi con il mondo che è cambiato e Monti non voleva mancare di rispetto a chi non ha lavoro, è stata una battuta male interpretata ed enfatizzata».
La doccia fredda di realtà e pragmatismo viene non da Mario Monti ma da uno dei suoi ministri più importanti, Annamaria Cancellieri, titolare del Viminale. Che il posto fisso sia una specie in via d’estinzione è ormai chiaro a tutti (ignoto forse solo alla Cgil). Così come la pachidermica “stabilità” che in Italia diviene una flemmatica postura accasciata sulla sedia del dolce farpoco. In poche parole, un impaludamento culturale e civile, con il mito del “postostatale”. Per capire quanto siano vere le parole della Cancellieri basta mettere il naso al di là delle Alpi, spostarsi da casa e uscire in Europa.
Quello che sfugge alla titolare del Viminale, però, è l’interpretazione concreta che in Italia viene fatta della flessibilità, argomento di cui si discute da anni e che nei fatti si sta rivelando – almeno nel nostro Paese – un incentivo al precariato. A livello politico, infatti, si continuano a proporre e sdoganare modelli europei dimenticandosi della sistematica applicazione – riletta e deviata in chiave nostrana – che in Italia viene fatta della “flessibilità”, con imprese quasi tutte medio-piccole e a in difficoltà economica e con un credito bancario bloccato anche in presenza di garanzie: i prestiti vengono fatti a chi comunque ne avrebbe diritto. Senza dimenticare poi i mancati pagamenti da parte dello Stato e delle amministrazioni pubbliche che si traducono in anticipazioni forzate per le imprese.
In un contesto simile, dunque, chi viene licenziato non ha la certezza di un altro posto a stretto giro ed è qui che il meccanismo della tanto lodata flessibilità si inceppa: in mezzo resta il lavoratore, senza certezze né prospettive. Con buona pace dei sindacati che continuano a proteggere pochi – ma buoni – e a dimenticare (per difenderli solo a parole) quei lavoratori “flessibili” che non usufruiranno mai dell’articolo18: i precari e gli operai delle piccole imprese.
Prima di riformare il lavoro in un’ottica “flessibile”, dunque, è necessario puntellare il sistema delle Paese e ridurre i debiti con le pubbliche amministrazioni. La mancata crescita di cui tanto si parla, infatti, fa capo direttamente allo Stato e al sistema bancario: le imprese sono le prime vittime, i lavoratori la carne da macello.


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