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Diritto di critica | September 23, 2020

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Articolo 18, ecco quanti lavoratori tutela - Diritto di critica

Articolo 18, ecco quanti lavoratori tutela

In Italia la parola “lavoro” sembra far rima solo ed esclusivamente con “articolo 18”. Sia presso certa politica che presso i sindacati – l’ultima occasione è stata la puntata di ieri sera di Ballarò – la preoccupazione è non toccare la fantomatica norma che tutela i lavoratori dai licenziamenti illegittimi nelle aziende con 15 o più dipendenti (cinque se si tratta di imprese agricole).

Ma quante persone sono effettivamente tutelate dall’articolo 18? Secondo una delle ultime ricerche dell’Istat, il tessuto produttivo italiano è composto per il 95% da imprese con meno di 10 dipendenti, di cui il 65,2% a carattere individuale. Mentre la Cgia di Mestre – su dati 2009, probabilmente i contratti non-standard sono adesso aumentati – ha appurato che sono oltre 9,5 milioni i lavoratori (compresi gli autonomi) non tutelati dall’articolo 18 perché impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti e 7,9 milioni quelli assunti in società con più di 15 lavoratori. Numeri alla mano, dunque, viene da chiedersi per quale motivo i sindacati si sforzino tanto per tutelare chi è tutelato (non bisogna dimenticare che il licenziamento discriminatorio è già sanzionato) e non guardino invece “oltre la siepe”, verso quell’infinito “naufragar” di contratti e contrattucoli vari che dall’articolo 18 non saranno mai garantiti.

A questa anomalia si aggiunge una campagna mediatica tale da aver formato nell’opinione pubblica il tabù dell’articolo 18, quasi fosse la panacea di tutti i mali.

E sono ben pochi i sindacalisti che si chiedono se il ricorso da parte di un numero sempre più alto di aziende italiane (il precariato parla chiaro) a contratti atipici e “flessibili”, non sia da imputare a una norma come l’articolo18. Così come la frammentazione delle aziende in sottosocietà, con un numero inferiore a 15 dipendenti (i dati dell’Istat sul punto lasciano pochi dubbi). Ci si continua invece a concentrare su una norma che – se paragonata al quotidiano e al futuro prossimo per quanti entrano nel mercato del lavoro – è già lontana dalla realtà attuale, frammentaria e frammentata, diretta sempre più verso una precarizzazione di fatto del posto di lavoro, con contratti che – in mancanza di interventi – costringeranno i giovani ad avere pochi spiccioli di pensione e ancor meno speranze di ottenere mutui o prestiti. Con buona pace dell’articolo 18 e della monotonia.

Comments

  1. La solita sciocchezza, La tutela dell’articolo è limitatata a poche aziende, per questo andrebbe estesa a tutte. E’ del tutto ininfluente sul mercato del lavoro, in una economia in espansione, le aziende assumono a qualunque condizione. Non c’è alcuna evidenza certa che un mercato del lavoro flessibile aumenti l’occupazione, non ci sono studi che dimostrino la correlazione.
    La posizione contro l’articolo 18 è solo ideologica, e i piùpreparati tra gli oppositori lo sanno bene.

    • Anonimo

      “Non c’è alcuna evidenza certa che un mercato del lavoro flessibile aumenti l’occupazione, non ci sono studi che dimostrino la correlazione.” – quello che è certo è che così com’è, non funziona.

    • Anonimo

      Lungi da me difendere il precariato, ma in Italia, dall’introduzione della flessibilità la disoccupazione è diminuita. Ecco l’evidenza.
      Tuttavia il problema è un altro. I grandi investitori internazionali non vengono in Italia proprio a causa della rigidità di alcuni settori del mercato del lavoro. In particolare faccio riferimento al settore industriale su larga scala (come quello automobilistico). Perché io azienda dovrei investire dove non posso liberarmi di un lavoratore che boicotta la produzione? Investirò altrove, dove sono più libero, cioè ovunque tranne in Italia, unico paese dove esiste l’articolo 18. Non mi pare che in Germania o in Francia i lavoratori subordinati siano così disperati…

      • Sara

         Ma per favore, và! Disoccupazione diminuita? Ma sei sicuro che vivi in Italia?

        • Anonimo

          Cara Sara, ci sono le statistiche dell’Istat a parlare. Dal 1999 (anno di introduzione della flessibilità), la disoccupazione è diminuita fino al 2008, anno in cui si è affacciata la crisi economica. Ci sono a riguardo i dati dell’Istat in merito. Inoltre, il tasso di disoccupazione attuale è più basso rispetto a quello del 1999, anno di crescita economica.

          Problema diverso quello della disoccupazione giovanile. Il fatto che il lavoro flessibile sia concentrato quasi esclusivamente nelle fasce più giovani della popolazione, significa di fatto che sono stati solo i giovani a pagare la crisi, al di là della meritocrazia e delle competenze. Per questo è ora di rompere questo dualismo del mondo del lavoro, iniziando dall’inserimento del salario minimo garantito e dall’abolizione della cassa integrazione

      • Gianni

        Ma secondo te gli investitori internazionali non vengono in Italia perchè ci sono delle rigidità nel mercato del lavoro?  Ma ci faccia il piacere! Non vengono per l’assurda burocrazia, non vengono per un sistema di ferrovie e strade dell’800, non vengono per la mancanza di sistemi di comunicazione adeguati,non vengono per la mancanza di reti informatiche dignitose, non vengono per la criminalità organizzata, non vengono per non pagare pizzi più o meno gravosi alla politica ecc altro che art. 18. Infine vorrei rammentare che a parità di fatica in Germania e in Francia i lavoratori subordinati guadagnano il doppio che in Italia.

        • Anonimo

          Guadagnano il doppio dell’Italia perché la produttività è doppia. Mi spieghi allora perché in Francia e Germania non si discute di introdurre questa norma salvifica del lavoro e nessuno si lamenta?

      • Jeffrey David Siegel

        se fosse qui il prb magari ti potrei dare ragione. ma  in italia tra mafie (istituzionalizzate e non) e cricche e caste la paura del lavoratore onesto c’è di un abuso da parte del proprietario delle società di licenziare non solo chi produce danno ma chi non è simpatico/a (dice le cose come stanno, “approfitta” della maternità, ecc ecc) alla proprietà. già nel campo del mobbing siamo indioetro rispetto alla maggior parte del mondo industrializzato figuriamoci se non ci sono incentivi (retraining per esempio) alle aziende a tenere un dipendente o ad investire nella sua crescita. sopratutto se non è simpatico alla proprietà!

  2. Anonimo

    ff

  3. Anonimo

    oops mi è scappato il dito.
    il mio modesto giudizio sulla questione articolo 18 si inserisce sul piano di equità sociale.Perchè se vogliamo essere “equi”anche i dirigenti devono andare a casa se non lavorano bene. Invece  i dirigenti sono sempre alle loro belle scrivanie e continuano a fare danni ed i poveri impiegati devono poi pagare le spese.
    Perchè non si fanno leggi più severe per punire per esempio i casi di mobbing con il licenziamento del dirigente e dei suoi scagnozzi o delle sue veline e con un tribunale che entra in azienda?oggi i dirigenti non rischiano niente!!e si vedono i risultati, hanno fatto affondare le aziende e l’Italia e sono ancora tutti  lì senza vergogna.chi prenderebbe una nave guidata da tanti comandanti Schettino?Nessuno!!Invece noi ce li dobbiamo tenere e la legge non ci tutela ma anzi vuole dargli ancora più potere togliendo l’articolo 18. Prima di cambiare l’articolo 18 facciamo leggi epr eliminare i dirigenti incapaci, mafiosi, repressivi e che favoriscono l’amante o il leccaculo o quello che meglio gli para il culo, sempre molto impreparato/a, sono loro che con il clientelismo hanno fatto affondare l’Italia, non l’articolo 18.

  4. Vania Rupeni

    Infatti l’articolo 18 andrebbe esteso a tutti i lavoratori; in tutto i paesi civili del mondo sono garantiti i diritti che garantisce i diritti protetti dall’articolo 18; anzi in USA le regole di cui si discute sono molto più rigide.

  5. sara

    Repetita iuvant: non si raggiunge l’uguaglianza nei diritti togliendoli a chi li ha, ma dandoli a chi non li ha…

  6. Sara

     Purtroppo è più facile licenziare dipendenti che essere creativi e innovativi…

  7. Sara

    Poter licenziare a piacimento tanto poi ci pensa lo stato con gli ammortizzatori sociali è un altro stratagemma per capitalizzare gli utili e socializzare le perdite…in Italia abbiamo specialisti che hanno fatto scuola, in questo..

  8. Rufusmax68

    infatti la cgil e la fiom vorrebbero estendere questo “privilegio” anche alle aziende con meno di 15 dipendenti.

  9. Miguele

    il punto è: bisogna che le persone finiscano a lavorare nelle posizioni in cui sono più produttive. mi spiego meglio..  il sig.Rossi (lavoratore o dirigente che sia) lavora nell’azienda A e produce tot € di valore aggiunto. se xò andasse a lavorare nell’azienda B produrrebbe più valore aggiunto. il punto è che in italia non ci sono i giusti incentivi che fanno spostare il sig. Rossi dall’azienda A alla B. Anzi tutto è strutturato in maniera che gli convenga stare in A! in questo senso serve flessibilità nel mercato del lavoro.. l’unica colpa che do a questo governo è di non riuscire a spiegare bene agli italiani gli obiettivi e gli effetti che avrà la riforma del mercato del lavoro.. monti monti ti consideri un bravo professore ?  tienici sta lezione in diretta tv e spiega alla gente che stai a fare !! fai il tecnico fino in fondo !! rispondi solo ad altri tecnici e ignora chi si lamenta senza conoscere le questioni tecniche! se volevi fare il politico dovevi stare in un partito!

    • Giudorame

      Fai ragionamenti folli senza senso !

  10. PaoloRibichini

    Signori, all’estero una norma che obblighi al reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa non esiste. Esiste, come esiste già in Italia (ma per aziende al di sotto dei 15 dipendenti), una norma che in caso di licenziamento senza giusta causa obblighi il datore di lavoro ad un pesante indennizzo pari a quasi un anno di retribuzione. Invece di difendere una norma che viene vista a torto o a ragione (ma in economica chi ha i soldi ha sempre ragione) dagli investitori internazionali come una palla al piede, nessuno alza il dito per far notare che ci sono giovani che lavorano GRATIS per aziende che promettono (poi) l’assunzione?
    Dire che l’eliminazione dell’articolo 18 rappresenti la cinesizzazione del nostro mercato del lavoro, non rende onore a tutti quei cinesi realmente sfruttati e a quei ragazzi italiani che con stage e progetti lavorano anche 18 ore al giorno GRATIS. Indignatevi di questo invece di difendere una norma ideologica ed illogica

  11. Romualdo53

    Giusto 20 anni fa la famigerata “scala mobile” venne abolita  perché rendeva l’Italia non competitiva ecc. ecc. Non fu un piccolo sacrifico per i lavoratori, ma le cose non sono migliorate, anzi !
    Oggi abbiamo un’altra battaglia per l’altrettanto famigerato art.18…
    Mettiamo che venga abolito con la promessa di dare “maggiori prospettive ai giovani e ai precari”, che succederà ? Semplice i contratti verranno tutti fatti a tempo indeterminato, ma poi come capiterà il “cinese” a minor prezzo il nostro “protetto” verrà licenziato a favore di quest’ultimo. 
    E così via di cinese in cinese.
    Sarò pessimista…..