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Diritto di critica | May 21, 2019

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A.C.A.B.: intervista alla "ragazza che odia i celerini" - Diritto di critica

A.C.A.B.: intervista alla “ragazza che odia i celerini”

Una ragazza di 18 anni, come ce ne sono tante. Metropolitana, attivista, con gli occhi ardenti di quell’età in cui tutto sembra possibile. Fa parte del collettivo ZAM (Zona Autonoma Milano), uno dei tanti gruppi che animano la quotidianità studentesca del capoluogo lombardo. Il suo volto è diventato quello della “ragazza che odia i celerini”, apparso in un’intervista televisiva lo scorso 27 gennaio, durante le “Invasioni barbariche”, programma condotto da Daria Bignardi su La7. Oggetto della puntata, la contestazione organizzata da alcuni giovani studenti nel corso della presentazione di “Acab”, film diretto da Stefano Sollima che racconta la “professione” del celerino.

Parole forti quelle utilizzate dalla ragazza del collettivo ZAM nei confronti delle forze di polizia: «Personalmente provo molto odio per queste persone». Parole che hanno subito acceso il dibattito e la reazione di uno degli interpreti, Pierfrancesco Favino, ospite in studio.

«Onestamente mi sento di dire che l’intervista non è finita dopo quella frase; che avevo dato una spiegazione sul perché di quelle parole» così ribatte la ragazza del collettivo ZAM «Favino si è fissato sulla parola odio. Forse gli ha fatto specie che una ragazza potesse utilizzare un termine simile, non so; fatto sta che secondo me non si sono chiesti davvero il perché di quelle espressioni e di quella contestazione».

Una contestazione reale basata sulla lettura dell’omonimo libro di Carlo Bonini, da cui la pellicola è tratta: «Come mai abbiamo deciso di contestarla? Ce l’hanno chiesto in molti, dicendoci anche che, non avendo visto il film, non potevamo sapere nulla. La nostra non voleva essere un’operazione di censura del film; noi abbiamo letto il libro di Bonini e ci è sembrato un miscuglio di racconti; tutto tranne una reale ed obiettiva descrizione della natura delle forze di Polizia nel nostro paese; e in particolare dei reparti celere, siano essi all’opera nelle piazze in occasioni di cortei o negli stadi. Abbiamo anche visto serie televisive, come ad esempio Romanzo Criminale (stessi attori, stesso regista), che grazie alla loro forte componente di spettacolarizzazione hanno fatto in modo che dei mafiosi diventassero quasi “personaggi modello”  per i giovani, abbagliati da effetti speciali e narrazioni mitizzanti».

Così quel 24 gennaio si sono ritrovati tutti alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano, dove è avvenuta la presentazione del film. «Siamo scesi all’interno della libreria» continua la ragazza del collettivo Zam «abbiamo creato un dibattito con regista e attori, in cui si sono susseguiti gli interventi che hanno ricordato la vicenda di Carlo Giuliani, di Aldo Bianzino, di Federico Aldrovandi, ma soprattutto e ancor di più hanno spiegato e raccontato i vissuti personali e collettivi di chi la realtà di cosa siano le diverse polizie nel nostro paese la vive tutti i giorni sulla propria pelle. Siamo riusciti anche a coinvolgere molti passanti fuori dalla libreria attraverso volantini che spiegavano i motivi della nostra protesta».

Una contestazione ideologica fatta di slogan, parole, frasi, come quella scritta su “Milano in movimento” (portale di informazione legato alla protesta) e ribadita dalla ragazza del collettivo Zam:  «Acab è uno stile, un concetto, un motto che dilaga nelle piazze e nelle periferie delle metropoli, è un odio transnazionale e transgenerazionale che cresce spontaneo sulla pelle viva di giovani dalla pelle scura e l’accento dialettale, sui corpi dei ragazzi e delle ragazze che non hanno bisogno di vedere questo film per saperne il livello di mistificazione e falsità».

Così l’avversione nasce, cresce e si alimenta quotidianamente. «Perché ho detto che odio i celerini, la polizia in antisommossa o i carabinieri? Perché sono cresciuta sentendo i racconti di Genova, vedendo i video di quei giorni, la foto di Carlo (Giuliani, ndr); perché ho sentito i racconti del massacro al San Paolo, dopo la morte di Dax (Davide Cesare, militante del centro sociale milanese Orso morto nel marzo 2003, ndr); perché a tutti noi  vengono in mente i momenti in Val di Susa, o a Roma, i lacrimogeni al CS lanciati ad altezza uomo sulla folla; perché li ho visti caricare i cortei studenteschi, ho sentito anche i loro manganelli addosso a me e ai miei compagni; perché ho visto i loro sguardi, la loro voglia di massacrarci; perché ogni volta che li vedo penso a Cucchi, ad Aldro (Federico Aldrovandi, diciottenne ucciso nel 2005 a Ferrara durante un intervento della polizia, ndr) a Bianzino (Aldo, trovato morto nel carcere di Capanne a Perugia il 14 ottobre del 2007, ndr) e a tanti altri come loro, ammazzati dagli abusi di potere».

Odio diventa quindi il termine più adatto a trasmettere l’indignazione. «Odio? Si è una parola pesante. Potevo dire rabbia? Si forse, ma davanti ad abusi di potere e soprusi da parte delle forze dell’ordine, vissuti tutti i giorni o raccontati, una persona cosa deve provare? Amore? Felicità? Ci si scandalizza per una parola, perché ritenuta “forte”, ma i morti? I ragazzi uccisi da queste persone? La Diaz? Il San Paolo? Quelle non sono cose per cui ci si dovrebbe scandalizzare».

Abusi che, secondo la ragazza dello Zam, non devono e non possono essere raccontati con un semplice film: «Appena è uscito ho visto il film e penso che la nostra contestazione non sia stata sterile, anzi. Quello che ho visto io è qualcosa che non esiste: i celerini lasciati soli, senza neanche qualcuno a comandarli, in 20 contro 800 ultras (scena finale del film)… la realtà non è questa, mi dispiace, non è questa. Poi certo, il celerino non ne esce completamente mitizzato; viene mostrata anche la violenza gratuita, ma affiancandola al fatto che queste persone hanno mille problemi in famiglia e che sono appunto lasciate sole da tutti. E allora così sembra quasi una giustificazione».

Comments

  1. Zaronzena

    La solita fessacchiotta con la verità in tasca.