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Diritto di critica | August 10, 2020

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La diga di Bel Monte e la deportazione degli Indios - Diritto di critica

La diga di Bel Monte e la deportazione degli Indios

Nel silenzio dei grandi media, l’indignazione corre ancora una volta su Facebook. Negli ultimi giorni, infatti, la fotografia di un Indio del Brasile che piange alla notizia che dovrà lasciare la propria terra per far posto alla costruzione di una gigantesca diga ha fatto discutere.

La verità dietro la foto. Non è chiaro, però, se la foto sia una bufala o meno. Ciò che si sa per certo è che risale almeno al 1 giugno del 2011. Che sia vera oppure no, importa poco considerando che la notizia della costruzione della diga è accertata. Si tratta della diga di Bel Monte attorno alla quale gravitano molteplici interessi: da quelli del governo brasiliano all’azienda idroelettrica, dai preti ai fazenderos, dagli ingegneri ai ricercatori passando per gli ambientalisti.Vittime indifese e inconsapevoli di tutto ciò che sta accadendo, gli Indios e la natura del territorio prescelto per la costruzione di questa enorme opera.

Chi ci guadagna? I latifondisti brasiliani, i fazenderos, sono stati i primi a cacciare gli Indios dalle proprie terre e saranno tra i primi a trarre profitto dall’affare della diga attraverso l’ottenimento di un indennizzo che stanno in tutti i modi tentando di aumentare. A interessarsi unicamente ai guadagni, gli investitori e il governo. Il presidente Dilma, a capo di uno Stato ricco di petrolio e numerose altre risorse, vuole fare tutto il necessario per trasformare il Brasile da paese emergente a super potenza mondiale. Tutto questo contribuisce a un’immagine ambigua e poco chiara di un presidente che si presenta di sinistra quando deve difendere e proteggere Cesare Battisti ma che non sfugge alle logiche del capitalismo sfrenato. Una donna che si fa fotografare con gli Indios ma che non si preoccupa del fatto che migliaia di loro saranno deportati.

I danni ambientali. L’impatto ambientale derivante dalla costruzione della diga si teme possa essere pesantissimo per l’habitat di molti animali e pesci del fiume . Il territorio su cui sorgerà il lago, inoltre, fa contare numerosi siti archeologici del neolitico che andranno in rovina. L’azienda ha prestato scarsa attenzione alla questione risolvendo tutto con la soluzione del “trasferimento” di persone e animali. Gli affari ancora una volta contano più di tutto il resto. Contano più delle lacrime degli indios la cui identità e cultura costituiscono un unicum con le terre in cui vivono. Un paradosso se si pensa che proprio gli indios non hanno la benché minima tutela internazionale né una definizione giuridica del concetto di “popolo indigeno”. Inutile sottolineare, infine, come gran parte del silenzio sulla vicenda sia da imputare ai media. Sempre più spesso distratti dal gossip e quasi mai concentrati su temi umanitari rilevanti, per cui smuovere coscienze e opinione pubblica.

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