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Diritto di critica | August 24, 2019

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Alle isole Falkland scoppia la "guerra" del petrolio - Diritto di critica

Alle isole Falkland scoppia la “guerra” del petrolio

Attacchi, smentite, iniziative, sospetti. E il petrolio che fa gola a tutti. Il Parlamento argentino si è riunito nell’estremo sud del Paese per ridiscutere della sovranità delle isole Malvinas (Falkland per gli inglesi), una manciata di lembi di terra nel mezzo dell’Oceano Atlantico. La presidente Cristina Kirchner chiederà all’Onu di intervenire e formulare un’opinione sull’appartenenza del piccolo territorio, vicinissimo all’Argentina ma occupato dagli inglesi sin dal 1833, anno in cui il regno anglosassone lo rese sua colonia. Nel 1982 la disputa si trasformò in guerra, mille morti e duemila feriti in soli due mesi, gran dispiegamento di forze e vittoria finale degli inglesi, con il rafforzamento del governo Thatcher.

E ora dopo trent’anni Gran Bretagna e Argentina rinverdiscono vecchi rancori mai sopiti veramente, complice l’invio della nave da guerra “HMS Dauntless” nell’arcipelago (con tanto di principe William pilota di elicotteri) da parte del governo inglese. «Semplici esercitazioni», dicono a Downing Street, una provocazione bella e buona per Buenos Aires: «Questa è un’ostentazione inutile del potere militare – ha detto giorni fa ai media argentini il ministro della Difesa, Arturo Puricelli – Vogliamo che il litorale marittimo del Sud Atlantico non venga militarizzato, ma custodito dalla nostra Armata». In questo senso l’Argentina ha chiesto alle Nazioni Unite di condannare l’azione di Londra.

In gioco non c’è solo la sovranità, il potere. Sotto il mare delle Falkland c’è il petrolio. Non sappiamo ancora precisamente quanto. Fatto sta che dopo le esplorazioni andate a vuoto della Shell, alla fine degli anni Novanta, adesso la Gran Bretagna ha avuto la conferma della presenza di quattro pozzi di oro nero: secondo il “Sun” le trivellazioni, che dovrebbero cominciare a breve con la collaborazione di cinque aziende statunitensi, porteranno in superficie fino a 700 milioni di barili di greggio, per un guadagno stimato in 120 miliardi di euro nei prossimi venti anni. Un vero tesoro, al quale l’Argentina non vuole rinunciare, sebbene ufficialmente si opponga allo sfruttamento petrolifero perché dannoso per il delicato ecosistema della zona.

Il piccolo arcipelago, 3mila abitanti dediti alla pesca e all’allevamento di ovini, ritorna così ad essere un nodo strategico per due Stati che non intendono mollare la presa.

Il nazionalismo targato Kirchner ha riportato alla ribalta il “sentimiento popular” degli argentini, che inneggiano ancora contro gli inglesi negli stadi, studiano a scuola il colonialismo inglese come il peggiore dei mali e appendono lungo le strade statali cartelli con scritto “Le Malvinas sono argentine”. Negli ultimi mesi tv, giornali e social network non parlano d’altro che di come ribellarsi a quello che la stessa Presidente ha definito un “atteggiamento colonialista” da parte della Corona inglese. Molti Paesi latinoamericani hanno espresso solidarietà al vicino argentino.

Londra, dal canto suo, che parla di «dipendenze, non colonie», gode dell’appoggio americano e invita a risolvere la questione con un referendum: «L’unica cosa che conta – ha fatto sapere il premier Cameron – è il principio di autodeterminazione».

Nelle isole Falkland l’85% della popolazione è di lingua e cultura anglosassone, e pare non abbia nessuna intenzione di cambiare la situazione. Negli ultimi giorni lo scontro si è acceso: l’attore Sean Penn ha fatto visita alla Kirchner, a Buenos Aires, e si è schierato apertamente a favore della causa argentina, invitando la Gran Bretagna a trattare ad un tavolo: «Il mondo oggi non può più tollerare ridicole dimostrazioni di colonialismo – ha detto il due volte premio Oscar – spero che ci sia un modo per risolvere il conflitto attraverso il dialogo».

E mentre il tabloid in lingua inglese “Penguin News”, stampato nelle isole, ha definito (per poi rimuovere subito il termine) la presidente argentina una “bitch” (in italiano possiamo tradurlo come “prostituta”), la gente di Port Stanley, la capitale dell’arcipelago, è scesa in strada per una marcia di protesta contro le parole di Penn, e per ribadire la propria appartenenza alla madre patria. Oltre 130 pick-up in fila indiana, rivestiti da bandiere inglesi.

A poche settimane dalla commemorazione per il trentennale della fine della guerra, la situazione rimane tesa e incerta.

Ma a decidere, forse, saranno proprio gli abitanti di queste isole, che siano Falkland o Malvinas.

Comments

  1. Eorre

    Sei solo un’argentino ignorante

  2. ff

    ma scusate, ma si parla di quasi 200 anni di dominio inglese!!!!!!!!!!!e in 200 anni solo adesso gli argentini rivendicano l appartenenza….ma….se nn ci fosse il petrolio li sotto agli argentini non importerebbe propio nulla delle piccolissime isole… nn mi risulta che le reclami da 200 anni…