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Diritto di critica | June 26, 2019

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I 100 giorni che hanno cambiato l'Italia. O forse no - Diritto di critica

I 100 giorni che hanno cambiato l’Italia. O forse no

di Francesco Formisano

Sono trascorsi ormai 100 giorni. Il 16 novembre 2011, Mario Monti arrivò a Palazzo Chigi. Una boccata d’ossigeno di fronte ad anni di immobilismo politico. Sono bastate due manovre per aprire un nuovo ciclo: “Salva-Italia” e “Cresci-Italia”. La prima doveva arrestare l’irrefrenabile crescita del debito pubblico ed il rischio default. La seconda dovrebbe ridare competitività al Paese, partendo dalle liberalizzazioni.

“Salva-Italia”. La prima manovra, “Salva-Italia”, varata nel dicembre 2011, ha reintrodotto l’Ici sulla prima casa ed ha dato il via ad una riforma del sistema pensionistico, innalzando l’età d’uscita dal mondo del lavoro. Qualche timida misura è stata adottata anche per sgravare le tasse sul lavoro dipendente, come la deducibilità dell’Irap, ma senza troppa incisione. La tassazione complessiva è stata innalzata a livelli record.

“Cresci-Italia”. La misura “Cresci-Italia” invece, è stata pensata con il preciso scopo di incentivare la produttività del Paese, che da troppo tempo vede un Pil quasi stazionario: semplificazioni amministrative e liberalizzazioni sono state individuate come stimolo alla crescita. Tuttavia, quando il provvedimento è arrivato al Senato è stato sommerso da oltre 2mila emendamenti volti a snaturarne il contenuto.

Luci ed ombre. Intanto, proprio in occasione dei primi 100 giorni, il governo ha pubblicato un dossier contenente le azioni intraprese dai vari ministri, mettendo oltremodo in risalto i tagli conseguiti fino adesso tra le varie strutture pubbliche, e come sia stata rimessa in moto l’economia attraverso la realizzazioni di infrastrutture, i cui lavori erano fermi da tempo. I più critici invece, hanno subito evidenziato come ci sia stata poca concretezza nell’eliminare da subito le province, altro argomento molto delicato negli ultimi mesi della vita politica. A giudicare dai risultati fin qui conseguiti, sembra che l’attuale premier riuscirà a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 (anno della naturale scadenza del mandato) seppur a costo di una tassazione tollerata a fatica e di vibranti proteste di alcune categorie, che mal hanno digerito l’ipotesi delle liberalizzazioni delle professioni. Eppure, soprattutto sul tema delle professioni che godevano di privilegi “monopolistici” è stato fatto probabilmente il passo più lungo, visto che mai nessun governo di colore alcuno avrebbe osato mettersi contro queste importanti riserve elettorali. C’è ancora tanto margine per intervenire sugli albi professionali, ma almeno pare che si sia rotto l’incantesimo che li voleva “intoccabili”.

I veri successi? All’estero. I maggiori successi di Monti vengono soprattutto dall’estero, dove la figura del Paese-Italia ha acquistato maggiore credibilità ed autorevolezza proprio grazie alla sua azione di governo. Gli investitori internazionali, hanno ripreso ad avere fiducia in quella che rimane tutt’oggi la terza economia dell’Europa.

Monti, da uomo di sinistra ad espressione della destra. Se molti nei primissimi giorni vedevano Monti come un uomo di sinistra anti-berlusconiano, nell’ultimo mese piace sempre meno ai partiti “riformisti” e sempre più ai liberali e ai moderati, soprattutto per la sua ferma volontà di cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ed è proprio sul tema del mercato del lavoro che si concentrano nell’immediato futuro le scelte del governo: libertà di licenziamento o meno, va detto che l’Italia è già entrata in recessione, ma se si riuscirà a limitare concretamente la disoccupazione, specie quella giovanile, e la fuga dei cervelli, sarebbe un ulteriore obiettivo che il governo Monti potrà vantare di aver raggiunto.