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Diritto di critica | January 16, 2019

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Il mosaico del dopo Mubarak, l'Egitto lontano dalla stabilità - Diritto di critica

Il mosaico del dopo Mubarak, l’Egitto lontano dalla stabilità

di Giovanni Giacalone

Le prime elezioni egiziane post-Mubarak hanno visto i partiti islamici vincere con oltre il 70% delle preferenze. Il FJP dei Fratelli Musulmani con il 47,2%, equivalente a 235 posti in parlamento, mentre il partito salafita al-Nour con il 24,3%, quindi 121 posti.

Anche se l’assegnazione dei posti in parlamento non è ancora definitiva sembrerebbe che tre quarti dei seggi spettino in ogni caso ai due schieramenti islamici. Un nuovo presidente dovrà poi essere eletto, probabilmente nel mese di giugno.

Saad El-Katatni, segretario generale del FJP, ha dichiarato alla Reuters che le priorità ora sono quelle di rispondere alle esigenze della rivoluzione e l’accertamento delle responsabilità per i fatti che hanno causato feriti e morti durante la rivolta.

Il popolo di piazza Tahrir, infatti, chiede a gran voce giustizia per i manifestanti massacrati nei giorni degli scontri, dato che nessun membro delle forze di sicurezza egiziane è ancora stato riconosciuto colpevole. Fonti della BBC parlano di più di 640 morti e seimila feriti nei 18 giorni di protesta tra gennaio e febbraio 2011.

Dopo sessant’anni anni di regime militare l’Egitto inizia ad intravedere un futuro democratico al proprio orizzonte; ma a quale prezzo e con quali compromessi? In primis è necessario tenere presente che decenni di dittatura non si cancellano in una notte: parecchi membri del vecchio establishment ricoprono tutt’ora ruoli istituzionali, il potere dell’esercito è ancora molto forte e probabilmente questa è l’unica istituzione che al momento è in grado di mantenere il controllo di un paese non facile da gestire, in un delicatissimo momento di transizione. E’ probabile dunque che la nuova coalizione debba in qualche modo venire a patti con i militari e ciò potrebbe non rendere semplice l’obiettivo di trovare dei responsabili per le morti dei manifestanti.

In secondo luogo, bisogna tener presente che l’Egitto è un paese da sempre orientato in direzione laico-liberale, fatto che potrebbe ora essere messo in discussione dai partiti islamisti, con conseguenze sia a livello internazionale – come ad esempio la pace con Israele – sia a livello interno nelle relazioni con le altre confessioni religiose, come la numerosa comunità copta. Vi è poi il discorso turismo: il partito salafita al-Nour aveva già da tempo dichiarato di voler “rivedere” le dinamiche del turismo balneare nelle note località di Sharm El-Sheikh e Mars Alam, con potenziali disastrose conseguenze sull’economia di un paese che vive in gran parte di turismo.

Bisogna inoltre considerare che i due schieramenti islamisti hanno storie e orientamenti ben diversi tra loro, tant’è che Khairat Al-shatter, alto esponente dei Fratelli Musulmani, ha dichiarato in un’intervista ad Al-Jazeera che il FJP non avrebbe alcuna intenzione di entrare in una coalizione con il partito salafita al-Nour in quanto i due partiti sono ben differenti l’uno dall’altro e l’idea di una “coalizione islamica” non è per lui accettabile, mentre è necessario includere tutti i partiti affinché il popolo egiziano venga correttamente rappresentato.

L’ideologia salafita, inoltre, risulterebbe di per sé ben lontana da un orientamento democratico e pluralista in quanto promotrice di una rigorosa applicazione della sharia che porterebbe a difficoltà nei rapporti con altri partiti di matrice non islamica, oltre che al tentativo di restaurare punizioni legate alla sharia (huddud), spesso al centro dell’attenzione dei media internazionali e delle associazioni per i diritti umani. Tutto ciò i Fratelli Musulmani lo sanno bene e procedono dunque con molta cautela.

Uno slogan della rivoluzione egiziana che si è spesso sentito è “libertà e democrazia”; bisogna però chiarire questi termini e capirne anche i significati in quanto potrebbero non essere interpretati da tutti allo stesso modo. Ci sarebbe poi da chiedersi se il giovane popolo di piazza Tahrir si senta effettivamente rappresentato da questi schieramenti parlamentari, o se li reputino vecchi e non idonei alle richieste di modernità e libertà.