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Diritto di critica | April 22, 2019

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Fiscal Compact, i conti in equilibrio ci costano caro - Diritto di critica

Fiscal Compact, i conti in equilibrio ci costano caro

L’Italia firma il “Trattato diStabilità e Coordinamento economico” insieme ad altri 24 Paesi dell’Unione Europea. Con esso, ogni membro s’impegna a mantenere i conti in equilibrio: se va in rosso, nuove tasse o tagli alla spesa scatteranno automaticamente. La paura di nuovi casi Grecia è forte, a Bruxelles non si vogliono più correre rischi. Ma quanto costa ai cittadini europei la via scelta dagli economisti?

Il Fiscal Compact. Vediamo i punti principali contenuti nei 16 articoli del trattato. Ogni paese s’impegna ad avere bilanci pubblici “in equilibrio”, o meglio ancora in surplus. Il deficit strutturale non deve superare lo 0,5% del Pil (il deficit strutturale italiano è dal 2009 superiore al 3%). Il deficit annuale dovrà rimanere al di sotto della soglia del 3% rispetto al prodotto interno lordo.

E se non ce la fa? Così recita il testo del Trattato: “Ogni Stato garantisce correzioni automatiche in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio concordati ed è obbligato ad agire con scadenze determinate”. La “reazione automatica” potrebbe essere l‘aumento delle imposte indirette, come l’Iva, per un determinato periodo di tempo. Oppure la dismissione forzata di beni pubblici, sul modello delle privatizzazioni obbligate. O ancora, un intervento a pioggia sulla spesa pubblica: ad esempio, un taglio del 5% di tutte le voci di bilancio per l’anno in corso.

Terzo caso, il taglio delle voci di spesa. Sarebbe indicato su tempi medi, ad esempio sui 4-5 anni: ma nell’anno fiscale in corso, o al massimo nel biennio, significa penalizzare gli investimenti e rendere incerti i programmi di welfare ovvero Sanità, Previdenza e Ammortizzatori. Con un tessuto economico-sociale a pezzi dopo la crisi, possiamo permettercelo?Sono tutte misure estremamente dure. Nel primo caso, è il consumatore a farne le spese per primo, e a catena i commercianti e le aziende: l’aumento delle imposte indirette è utile perché immediatamente efficace, ma minaccia la crescita (e può creare disoccupazione e povertà). Nel secondo caso, vendere beni pubblici in modo forzato significa abbatterne il valore. Se lo Stato deve per forza privatizzare un servizio o dismettere beni e titoli entro una scadenza inderogabile, finirà per vendere al minimo, con un valore d’asta molto più basso. Ci conviene svendere così? In favore di quale magnate interno o esterno?

Niente referendum. Le nuove regole devono essere inserite nella legislazione, preferibilmente con norme costituzionali. Bruxelles, però, vuole evitare le consultazioni referendarie (necessarie per cambiare la Costituzione in molti Stati europei): si teme una forte opposizione popolare al progetto degli “economisti”. Non è necessario il rango costituzione: basta la garanzia di leggi ad hoc, decise dal Parlamento dei singoli paesi. Ancora una volta l’Unione Europea dimostra la scarsa fiducia che nutre negli istituti di democrazia diretta.

La parola ai giudici. Dulcis in fundo, uno Stato potrà essere deferito alla Corte europea di Giustizia dagli altri, se rifiuta per troppo tempo la trasposizione del Fiscal Compact nella legislazione nazionale. Dovrà versare ai “colleghi” una sanzione pari allo 0,1% del Pil.