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Diritto di critica | September 27, 2020

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Tasse, una storiaccia di diritto e “giustizia sommaria” - Diritto di critica

Tasse, una storiaccia di diritto e “giustizia sommaria”

Troppe tasse, nessuna privacy. E’ la situazione italiana delineata dall’Authority per la riservatezza e dalla Corte dei Conti: un Paese dove i cittadini vengono considerati dallo Stato tutti “potenziali violatori della legge”, passati ai raggi X anche in assenza di indizi di reato e privi di garanzie sul trattamento dei dati personali. Senza contare il lato economico più pesante: pressione fiscale “reale” al 54%.

I numeri. Per la Corte dei Conti, le tasse pesano per il 45% dei redditi degli italiani. Un record storico – nel 1992 fu sfondato il tetto del 40%, ma oltre il 43% non si andò mai. Eppure ancora una stima ottimistica, se la Cgia di Mestre calcola una pressione “reale” sulle imprese e sui cittadini di oltre il 54%. Significa che nel nostro Paese, guadagni 10 euro per darne 4 e mezzo al fisco, e un altro euro se ne va in tasse indirette: in tasca rimangono 4,5 euro, evviva l’abbondanza. Il presidente della Corte Luigi Giampaolino stigmatizza le scelte politiche dell’intero 2011: sia il Decreto Sviluppo di Berlusconi che il decreto “Salva Italia” di Monti “hanno buttato il peso dell’emergenza sui contribuenti, invece di tagliare la spesa”.

Il Grande Fratello. Ma la pressione fiscale non basta, servono anche contribuenti “fedeli”: e il nostro Stato non si fida. Il Garante della privacy Francesco Pizzetti parla chiaro: “È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi”. E aggiunge che “in Italia la spinta al controllo  e all’acquisizione dei dati fiscali sui cittadini cresce di giorno in giorno”. Non soltanto quando esiste un indizio di violazione della legge, sia chiaro. Equitalia ha oggi a disposizione strumenti estremamente efficaci per entrare nelle cartelle esattoriali degli italiani (imprese e non, indagati e non, “onesti lavoratori” e non), senza necessità di un motivo. Semplicemente a caso, o a tappeto.

Siamo tutti evasori per lo Stato? Quella che un tempo era solo una frase da osteria è oggi diventata dottrina e sistema, in Italia. Purtroppo con qualche indizio a favore di troppo. A Cortina, Milano, Roma e Napoli le “spettacolari” operazioni della Guardia di Finanza hanno mostrato cifre da brivido: dal 30 al 50% degli esercizi commerciali non rispettava gli obblighi dell’Iva. Proprio ieri un “nullatenente” per il fisco si è visto sequestrare 1,5 milioni di euro, appena riportati in Italia dalle banche svizzere grazie allo scudo fiscale. Peraltro il reato non era di evasione e frode fiscale, bensì di riciclaggio, perché di denaro rubato e frodato si trattava.

Prima l’uovo o la gallina? Gli evasori esistono, e son tanti. Per Bankitalia, l’economia sommersa è almeno al 30% dell’intero Pil nazionale. Ma è vero che lo stesso sistema fiscale, tra i più intricati e pressanti del mondo, spinge in tale direzione. Diverse leggi recenti portano quest’ambiguità nel loro dna: lo scudo fiscale, tanto per fare un esempio noto, è insieme incoraggiamento a legalizzare il malloppo e punizione per chi il malloppo non l’ha mai nascosto al fisco. Cosa dobbiamo aspettarci, se lo stesso legislatore indossa i panni del connivente o dello sbirro nella stessa serata di gala?