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Diritto di critica | April 6, 2020

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Articolo18, il bluff della nuova riforma - Diritto di critica

Articolo18, il bluff della nuova riforma

di Virgilio Bartolucci

La riforma del Lavoro è fatta, bisognerà leggerla attentamente, visto che nemmeno i sindacati sembrano certi di tutti i punti toccati nel verbale redatto dal governo ma, a parte questo, lo scenario sembra chiaro. Sulle questioni principali – vedi articolo 18 – Monti non lascia spazio a dubbi: la trattativa e’ chiusa. Il testo passerà in Parlamento e il governo dovrà scegliere in quale strumento legislativo inquadrare il provvedimento. Probabilmente una legge delega, anche se Pdl e Confindustria sperano in un decreto e dicono no a un disegno di legge che porterebbe allo stravolgimento del testo.

Come promesso, il governo andrà avanti anche senza la totale condivisione delle parti sociali. Si rammarica della contrarietà della Cgil, ma ribadisce: “nessuno ha potere di veto”. Ora, quindi, tocca a Camera e Senato, dopodiché si vedrà come e quanto uscirà cambiata la riforma.

Tra i partiti il malessere più profondo è nel Pd. I patti non erano questi è la frase ripetuta dalla segreteria. E prende corpo il timore di essere caduti in un tranello dell’esecutivo, teso a spaccare i democratici per costruire una maggioranza futura fatta solo di centro e di destra. Il modello tedesco è stato accantonato dal governo che ha puntato su una riforma del lavoro con minori tutele ai lavoratori assunti stabilmente.

Per trovare una sintesi delle varie posizioni interne al partito, Bersani si deve destreggiare tra gli ostacoli. Sa di non poter lasciare il governo Monti in mano a Pdl e Terzo polo, almeno non ora che l’esecutivo gode di un forte consenso e dell’appoggio continuo e incondizionato del Quirinale, con Napolitano preoccupato di evitare il naufragio dell’esecutivo tecnico sullo scoglio più aguzzo.

Allo stesso tempo, però, se non vuole spaccarsi in due, il Pd non può mollare la Cgil, che da subito si è opposta alla riforma, in questo pungolata a sinistra dalla Fiom molto critica verso i vertici di Corso d’Italia. Martedì sera, alla Zanzara su Radio24, uno dei leader massimi dei metalmeccanici, Giorgio Cremaschi, era stato molto chiaro. All’ironia di David Parenzo su un possibile biennio rosso che vedrà la Fiom scendere di continuo in piazza, Cremaschi ha suggerito di non mettere limiti temporali.

Appare chiaro come il futuro di quella che da tutti è considerata la riforma delle riforme del governo tecnico – il vessillo da esibire all’estero come simbolo di un superamento dei blocchi storici insiti nel Paese, con la Fornero novella Lady di ferro contrapposta ai sindacati – sarà contrassegnato dallo scontro sociale. E con i chiari di luna che si prospettano per la nostra economia c’è poco da scherzare. Una riforma del lavoro contestata – in un Paese senza crescita, con una disoccupazione che ha superato i livelli di guardia e una recessione amplificata da politiche restrittive, tasse e imposte indirette sempre crescenti – risulterà dura da digerire.

La questione ruota tutta attorno alle modifiche all’articolo 18, che, con buona pace dei precari, di questa riforma è il cuore e il vero motivo. E’ sulle tre tipologie di licenziamento che si concentra l’attenzione di governo, parti sociali e forze politiche.

La riforma non è solo questo, si sente ripetere da più parti. A fronte della nuova impostazione dell’articolo 18, però, anche le novità più significative finiscono inevitabilmente in secondo piano.

Come sarà possibile licenziare? I licenziamenti saranno nulli se discriminatori e questo varrà anche per le aziende con meno di 15 dipendenti. Il governo cerca di far passare come una novità ciò che novità non è. Anche per le aziende più piccole, infatti, non si può licenziare un lavoratore per motivi discriminatori. È ovvio, però, che in un’azienda di poche persone, chiunque, se discriminato, di solito preferisce andarsene, magari con una buonuscita.

Per quanto riguarda i licenziamenti per motivi economici (causa oggettiva), invece, non ci sarà reintegro del lavoratore, ma solo un indennizzo.

Mentre nel licenziamento per motivi disciplinari spetterà al giudice stabilire se reintegrare il lavoratore o concedere una buonuscita in denaro.

La Cgil non ci sta e attacca una riforma che, secondo il sindacato, ha il solo scopo di rendere facile licenziare. Camusso – che deve gestire il fronte interno aperto dalla Fiom, molto critica dopo l’affermazione pro Tav del segretario – ha detto chiaramente che con la riforma il governo ha gettato la maschera e mostrato il vero intento: liberalizzare i licenziamenti. E annuncia le prime 16 ore di sciopero generale. Fallita la trattativa si apre la fase della mobilitazione.

Susanna Camusso, parla di un annullamento del potere deterrente dell’articolo 18 su licenziamenti disciplinari ed economici.

Nel primo caso, perchè la nullità del licenziamento non dispone il reintegro automatico del lavoratore, ma lo pone di fronte alla possibilità di accettare denaro per un licenziamento avvenuto per una mancanza disciplinare che – se presuppone un indennizzo – di fatto non esiste. Nel secondo, ancora più importante, cessa la possibilità del reintegro: il lavoratore è definitivamente fuori, con un indennizzo che va da un minimo di 15 a un massimo di 27 mensilita’. Il timore della Cgil è che tra i licenziamenti per motivi economici confluiranno tutti i casi di licenziamento.

In altre parole, sia il lavoratore licenziato per cause disciplinari che per motivi discriminatori (la discriminazione, vale la pena ricordarlo, deve essere dimostrata sempre e comunque dal lavoratore), verrà licenziato adducendo motivazioni economiche in modo da scongiurarne il reintegro.

Un punto va specificato bene. Anche prima si poteva licenziare per motivi economici, ma il giudice, a fronte di una crisi aziendale non dimostrata nei fatti, imponeva il reintegro del lavoratore. Ora, questo non è più possibile, quindi l’uscita del lavoratore dall’azienda è certa e senza appello. Il magistrato deciderà unicamente della durata dell’indennizzo, che va da un minimo di 15 a un massimo di 27 mensilità dell’ultima retribuzione percepita. È un cambiamento che da solo scardina completamente l’articolo 18. E contro il quale, anche se a scoppio ritardato, hanno mosso prima la Uil e ora anche la Cisl.

Ma anche dalla Cei arriva una critica forte: la riforma messa così fa paura, i lavoratori non possono essere trattati come merce da dismettere a piacimento., affermano i vescovi. Perché questo punto in particolare sia così importante è chiaro: se passa la modifica, il licenziamento lo deciderà l’impresa, in autonomia e con l’unico deterrente di un maggiore esborso economico.

Per essere ancora più chiari, significa dire che d’ora in poi in Italia si potrà licenziare nonostante l’articolo 18. Dopo tanti tentativi, si tratterebbe della prima falla aperta nel muro eretto a tutela del posto fisso con lo Statuto del ’70. Se la modifica uscirà confermata dal Parlamento, il mercato italiano del lavoro cambierà soprattutto in uscita.

Anche senza toccare gli statali, a cui – nonostante le sentenze della Cassazione affermino che l’articolo 18 vale per tutti i lavoratori – l’esecutivo assicura che non si applicheranno le modifiche, potremmo avere nel prossimo futuro una forte crescita dei posti di lavoro persi. E in conferenza stampa anche Monti, sia pure indirettamente, ha parlato delle nuove possibilità di licenziamento offerte alle imprese. Il sistema italiano secondo il presidente del Consiglio, da adesso è un sistema moderno, al pari degli altri Paesi Ue. Cosa significa? Le aziende “non hanno più scuse” per non assumere, ha detto il premier.

Ma mentre le assunzioni rimangono una speranza tutta da verificare, al contrario, i licenziamenti appaiono come una delle poche certezze del prossimo futuro. Comunque vada, la frase del presidente del Consiglio, da sola, sconfessa la motivazione ripetuta per giorni a spron battuto: aiutare i precari e i giovani disoccupati. Ad essere aiutate, invece, sembrano essere le aziende a cui la riforma da’ mano libera.

La Confindustria fa sapere che in linea di massima il documento è accettabile. In realtà, sebbene, non manchi chi storce la bocca sulle rigidità imposte alle assunzioni, gli industriali scongiurano l’esecutivo dal tornare sui suoi passi. Al massimo, le imprese cercheranno di far pressione in Parlamento per una modifica dei costi da sostenere per l’indennizzo del lavoratore e per l’assunzione di precari. Confindustria, infatti, ritiene troppo lungo un periodo di indennizzo che arriva fino a 27 mesi e vorrebbe un massimo di 18 mesi come accade in Germania. Quel che conta per gli industriali, però, è che la riforma c’è e va nel senso auspicato.

Liquefattasi perché inesistente la contrapposizione tra tutelati e non tutelati – presentata come se al calare della protezione degli uni crescesse quella degli altri –, l’effetto della riforma sembra essere un abbassamento generalizzato delle tutele. L’averla presentata anche mediaticamente come un braccio di ferro sull’articolo 18, al dunque, si è dimostrato esatto. Anche se alcune novità possono produrre effetti potenziali sul mercato del lavoro, sono i licenziamenti il vero punto forte di una riforma che inciderà per i prossimi dieci anni sulla nostra economia.

Secondo il ministro Fornero si tratta di una riforma buona, equilibrata e inclusiva. La professoressa spera che il Parlamento non la stravolga. Adesso tocca alla politica che dopo anni di indecisioni, dietrofront e annacquamento a favore della lobby di turno, si trova a decidere della riforma fatta dai tecnici.

 Il Pd ha già il sudore freddo. Per l’ennesima volta si teme la spaccatura tra l’anima più vicina al sindacato e quella più convinta di dover tenere in piedi il rapporto con l’esecutivo. Pdl e Terzo polo, intanto, cercano di non mostrare un malcelato entusiasmo per quanto accade e si preparano ad appoggiare le modifiche volute dalle imprese, che già minacciano di non assumere più nessuno.

 E per i precari che resta? Poco. Qualche tutela in più, potenzialmente utile e difficilmente esigibile. Tante speranze, molti dubbi sulle future assunzioni e il realismo con cui si accorgono di non essere ne’ ascoltati, ne’ rappresentati da nessuno, lasciati completamente ai margini del tavolo. Sarà che sono quasi tutti giovani, ma ricordano i bambini piccoli a cui non è concesso mettere bocca nelle cose serie.

In realtà i precari hanno anche una certezza. La loro sorte senza vie d’uscita, ancora una volta, è stata presa in prestito come la scusa più giusta per fare tutt’altro.

Comments

  1. Piero Rossi

    ma perchè, che so’ mai esistiti i licenziamenti discriminatori?
    a parte le dimissioni firmate in bianco per le donne che vanno in gravidanza