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Diritto di critica | October 30, 2020

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Obama e la speranza (vana) di un mondo senza nucleare - Diritto di critica

Obama e la speranza (vana) di un mondo senza nucleare

A qualche giorno dal primo anniversario della tragedia di Fukushima, i grandi della Terra tornano a parlare di nucleare al summit internazionale sulla sicurezza atomica di Seul, alla presenza di 53 capi di Stato e di governo, i vertici di Onu, Aiea, Ue e Interpol. L’incontro si concluderà oggi e porta con sé mille interrogativi e dubbi sul futuro.

I punti all’ordine del giorno mirano a rafforzare la sicurezza dei siti nucleari e a garantire uno smaltimento più efficace delle scorie radioattive, nonché ad impedire che armi atomiche o chimiche arrivino nelle mani di terroristi. Ma tra le righe emergono, pesanti come macigni, questioni delicatissime e cruciali: l’equilibrio instabile tra le due Coree, la strategia di Russia e Cina, i propositi di armamento dell’Iran.

È Barack Obama a prendere l’iniziativa e a voler ribadire la sua proposta di ridurre ulteriormente l’arsenale di cui dispongono gli Stati Uniti, rispetto agli accordi già raggiunti nell’aprile 2010 con la Russia: «Noi possiamo dire con sicurezza che abbiamo più armi nucleari di quante ne abbiamo bisogno – ha riconosciuto il presidente – possiamo mantenere il nostro potere di dissuasione e al tempo stesso operare nuove riduzioni. Io sto lavorando per un mondo senza armi nucleari».

L’invito è rivolto alle principali potenze dotate di armamenti consistenti, la Cina e ovviamente la Russia, cofirmataria due anni fa del patto New Start (che prevede, tra gli altri punti, un numero massimo di testate e bombe nucleari, fissato a 1.550). L’appello al presidente uscente Medvedev e al neo-eletto Putin è significativo, poiché gli ulteriori tagli riguarderebbero anche settori finora intoccabili, come le armi tattiche e le testate nucleari di riserva.

Gli Stati Uniti hanno preso l’incontro di Seul anche come un’occasione per rafforzare le strategie diplomatiche contro Corea del Nord e Iran. Obama ha approfittato del vertice per incontrare il presidente della Corea del Sud e visitare, come fecero i suoi predecessori, il confine con il Nord comunista, una pericolante linea di demarcazione che è ancora lì, dopo quasi sessant’anni, conservata da torrette di guardia e filo spinato. Pyongyang pareva ad un punto di svolta, ma l’aver richiesto aiuti alimentari per sfamare il suo popolo in cambio della sospensione dei test missilistici non ha fatto cambiare poi tanto il giovane Kim Jong Un, appena giunto al potere e già protagonista di alcune scelte che gli Usa interpretano come “provocatorie”; prima su tutte quella di lanciare in orbita, a metà aprile, un satellite montato su un missile a lunga gittata, ufficialmente per festeggiare il centesimo anniversario della nascita del leader storico nordcoreano, Kim Il Sung.

«I cattivi comportamenti non verranno premiati – ha ammonito il capo della Casa Bianca – Per decenni la Corea del Nord ha pensato che se agiva in maniera provocatoria, sarebbe stata compensata affinché desistesse dai suoi propositi. Io e il presidente sudcoreano Lee abbiamo deciso di spezzare questa abitudine».

Ma la speranza di Obama è anche quella di ricevere un aiuto maggiore da parte della Cina, che secondo gli americani non ha pressato abbastanza il governo della Corea del Nord. Nell’incontro con il suo omologo cinese, Hu Jintao, il presidente ha quindi chiesto un cambio di marcia, visto che «l’abitudine di Pechino a chiudere un occhio sulle provocazioni deliberate di Pyongyang ovviamente non sta funzionando». Il gigante asiatico ha accettato di collaborare per contrastare ogni provocazione pianificata dal regime comunista coreano, ritenendosi preoccupato per la questione.

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