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Diritto di critica | October 17, 2019

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Dalì, al Vittoriano il genio che guardava l'Italia - Diritto di critica

Dalì, al Vittoriano il genio che guardava l’Italia

di Francesco Amorosino

Se il Natale è tempo di cinepanettoni, così la primavera porta grandi mostre dai nomi altisonanti, capaci come per magia di attirare folle oceaniche di visitatori, indipendentemente dalla qualità effettiva dell’offerta. In tempi di crisi, poi, il fenomeno si enfatizza, come, ad esempio, si può notare a Roma, dove a farla da padrone sono i grandi del Novecento, da Pollock a Mirò, passando per Dalì. A volte, però, anche quelle esposizioni all’apparenza ‘precotte’ possono riservare sorprese, come nel caso del grande artista catalano, che torna nella Capitale dopo quasi sessant’anni dall’ultima grande retrospettiva, concedendosi al pubblico in maniera del tutto inedita.

La mostra “Dalì. Un artista, un genio”, ospitata dal 9 marzo al primo luglio 2012 al Complesso del Vittoriano, infatti, non è la solita monografica senza spessore come già se ne sono viste tante, ma offre uno sguardo nuovo sui rapporti tra il Maestro e il nostro Paese. Partendo dalle enormi influenze che gli artisti antichi, Raffaello su tutti, hanno avuto su di lui, l’esposizione ci fa vedere Dalì in Italia, tra il carnevale di Venezia e le conversazioni con Fellini, passando alle collaborazioni con Alessi e il teatro Eliseo.

Curata da Lea Mattarella, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Napoli e da Montse Aguer, direttrice del Centro per gli studi daliniani alla Fundació Gala-Salvador Dalí, l’esposizione ha ricevuto proprio da quest’ultima istituzione la maggior parte delle opere, ma presenta anche capolavori provenienti da importanti sedi come il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, la Thyssen-Bornemisza Collection, l’Haggerty Museum of Art, il Walt Disney Animation Studios di Burbank.

Nonostante soffra degli spazi ristretti del Vittoriano e si trovi dunque ad avere opere un po’ compresse tra loro, il percorso è articolato e offre un’ampia panoramica sull’opera del Maestro, presentando tante chicche. Si parte con i numerosi scatti che il grande fotografo russo-americano Philippe Halsman ha dedicato al pittore spagnolo, immagini sempre divertenti e ironiche in cui emerge la propensione di Dalì a essere un modello di forte presenza. La prima sezione della mostra parte con il rapporto tra Dalì e la pittura e scultura antica e presenta degli interessanti accostamenti tra opere del Maestro e sculture del passato, oltre ai disegni preparatori del cortometraggio a cartoni animati “Destino”, elaborato insieme a Walt Disney e completato solo pochi anni fa.

La seconda sezione presenta il cuore dei capolavori di Dalì, con splendide opere che di rado si vedono in una mostra, in cui vengono analizzati i diversi stili che l’artista ha percorso nella sua carriera, dal realismo al cubismo fino al surrealismo. Protagonista qui è anche Gala, moglie e musa, “l’immacolata intuizione” capace di curare ogni blocco creativo. Non manca, inoltre, un omaggio all’amato De Chirico.

L’ultima sezione è di sicuro la più originale e apprezzabile: qui si indaga il rapporto con l’Italia attraverso materiali di grande valore: la collaborazione di Dalì con Luchino Visconti alla messa in scena di “Rosalinda o come vi piace” di Shakespeare che debutta al Teatro Eliseo nel 1948 è ricostruita attraverso fotografie d’epoca, un album che apparteneva a Visconti, documenti vari, la corrispondenza tra i due e un paio di costumi originali. Si può anche ammirare “l’oggetto inutile” realizzato per Alessi, le tre bottiglie disegnate per la Rosso Antico, si scopre il rapporto con Anna Magnani con cui sogna di realizzare un film intitolato “La carrettila de carne”, cioè “la vera storia di una donna paranoica innamorata di una carriola”. E c’è Federico Fellini, a cui Gala propone di fare un film su Dalì, mentre quest’ultimo compare in una pagina del celebre “Libro dei sogni”.

La grande quantità di materiale riscoperto e raccolto in mostra proiettano lo spettatore in un’epoca diversa, dove un artista come Dalì poteva girare Roma all’interno di un cubo metafisico trasportato da uomini incappucciati e fare la sua comparsa in conferenza stampa declamando un testo in latino. Tempi diversi, dove gli artisti erano ancora considerati parte attiva della società e capaci di influenzarla e di migliorarla. Oggi, purtroppo, l’arte è stata relegata a un ruolo di contorno e demandata soltanto alle grandi mostre come questa, capaci di saziare lo scarso appetito del pubblico. Nonostante il piatto sia sostanzioso, però, non può bastare una sola mostra a fare una dieta completa.

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